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190157279 55466d51 b2ab 4fbe 8eaa d9171a4df543 - La battaglia per la Union Jack, la bandiera britannica ostaggio dei nazionalisti

LONDRA. I simboli sono potenti perché il segno visibile di realtà invisibili, scriveva Sant’Agostino. È esattamente quello che sta accadendo in Regno Unito. Dove, sottotraccia al grande successo dei vaccini anti Covid, serpeggia una guerra culturale che si sta espandendo a dismisura: quella delle bandiere. O meglio, la bandiera: la gloriosa Union Jack. Il simbolo inscalfibile della Britishness nel Commonwealth e in tutto il mondo, alla quale pose le basi il re scozzese Giacomo VI nel 1606 dopo esser asceso anche al trono d’Inghilterra: si unirono così la croce rossa di San Giorgio a quella bianca di Sant’Andrea, prima dell’arrivo di quella rossa di San Patrizio, ossia l’Irlanda, poi solo del Nord, con l’“Act of Union” nel 1800. E quindi la Union Jack.

Adesso, però, questa bandiera desta sempre più polemiche. Non solo perché il Regno rischia di essere presto disunito a causa dei forti venti di indipendenza scozzese e di una Brexit che potrebbe spingere Belfast verso una riunificazione dell’Irlanda. Ma anche perché la Union Jack è diventata ostaggio di una accesa retorica nazional(ista)-popolare, che si è ingrossata notevolmente dal referendum della Brexit. E che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue, non si placa. Anzi.

L’ultima polemica è nata quando qualche giorno fa, due celebri conduttori di un programma mattutino della Bbc, Charlie Stayt e Naga Munchetty, hanno preso in giro proprio la Union Jack e la britannicità in diretta nazionale, scatenando le polemiche dei conservatori e dei nazionalisti. Ha iniziato Stayt, canzonando il ministro Robert Jenrick collegato in diretta con la frase: “Ministro, ma la sua bandiera alle spalle è troppo piccola, tutti i suoi colleghi (del governo Johnson, ndr) ce la mostrano molto più grande. Questo le creerà dei problemi!”. Pochi minuti dopo Naga Munchetty si è lasciata andare a un altro commento per alcuni offensivo: “Ma perché non ci ha mostrato la Regina? Eh, la Regina ci vuole…”, riferendosi al ministro della Salute, Matt Hancock, che si fa spesso intervistare con un’opera street art di Elisabetta II di spalle, nel suo ufficio.

Apriti cielo. Contro le star della tv pubblica britannica sono esplose le critiche, le offese sui social, le segnalazioni al garante della tv e ovviamente alla Bbc stessa. Munchetty ha fatto anche di peggio, perché online ha messo il “mi piace” a diversi tweet di telespettatori che prendevano in giro la Union Jack, postati dopo quel suo siparietto con il collega Stayt. Risultato: reprimenda della Rete ai due, tweet fatti cancellare a Munchetty e lo stesso destino è capitato al collega della Bbc Huw Edwards, che per sdrammatizzare si era fatto fotografare sempre sui social network con la bandiera della sua nazione, il Galles.

Ieri poi, la notizia: il governo di Boris Johnson ha imposto a tutte le sedi governative di Inghilterra, Galles e Scozia (l’Irlanda del Nord ha leggi differenti dopo la guerra civile) di sfoggiare la Union Jack ogni giorno dai propri palazzi. Qualcosa che sinora era obbligatorio solo in alcune ricorrenze speciali, come per esempio il compleanno della Regina. Ma ora si cambia: perché la Union Jack è un’arma fondamentale di Johnson per aizzare ancora di più il sentimento nazionalista e cercare di fermare l’indipendenza scozzese, con la premier locale Nicola Sturgeon che vuole un referendum sull’addio a Londra entro l’anno.

Curiosamente, anche quello scozzese è un nazionalismo, anche se Sturgeon lo definisce “buono e compassionevole”. Il problema del Regno Unito di oggi è proprio questo: i due movimenti più forti, quello di Johnson e quello degli indipendentisti scozzesi sono nazionalisti. Per tutti gli altri è molto difficile schierarsi, soprattutto sulla Union Jack. Se lo si fa, spesso si viene associati ai nazionalisti e conservatori più radicali. Se non lo si fa si viene accusati di essere anti-patriottici e traditori, soprattutto sui social network.

È proprio il dilemma del partito laburista di Keir Starmer e lo riassume bene oggi Robert Shrimsley sul Financial Times. Il posizionamento del leader Labour sulla questione nazionalista sempre più travolgente nel Paese è “meccanico e molto poco entusiasmante”, scrive l’editorialista, perché per il momento è goffo: da un lato, Starmer vuole cercare di recuperare gli elettori ex operai del Nord appoggiando “legge e ordine” di Boris. Dall’altro però ignora le questioni sociali e più progressiste proprio per paura di essere etichettato come antipatriottico dalla maggioranza al potere. O per esempio, “non si esprime contro una nuova legge sulla sicurezza” che ha aspetti liberticidi. Oppure non critica Johnson con gli argomenti che potrebbero metterlo in difficoltà, come per esempio il suo scarsissimo sostegno economico ai tanto decantati eroi della sanità britannica contro la pandemia. Risultato: così Starmer perde voti da un fronte e dell’altro. E “i conservatori sfruttano le paure dei laburisti verso se stessi”.

Non solo. Shrimsley individua un altro aspetto fondamentale. Dopo l’uscita dall’Ue, i Brexiter non hanno più un capro espiatorio, in tal caso gli europeisti pro-Ue. Quindi, cambiando obiettivo, ora hanno lanciato la guerra culturale contro quei britannici che secondo loro “si vergognano della loro patria e del proprio passato”. Di qui il feroce dibattito sull’abbattimento delle statue degli schiavisti, ma anche gli attacchi alla Bbc considerata da sempre londinese, metropolitana, spocchiosa, anti-periferia e soprattutto anti-Brexit. Insomma, “i conservatori aumentano sempre di più il controllo” sul Paese, scrive Shrimsley, e sono sempre più padroni di questo “campo di battaglia culturale” che sembra essere entrato in una spirale sempre più inquietante.

Fonte: Repubblica

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