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181452630 ec69ca90 d5dd 4d9c a56b 9512e28c5852 - La palestra degli hater. "Vi spiego perché i social media ci insegnano a indignarci di più"

L’indignazione un tanto al chilo(byte) corre sui social, come ci testimoniano ogni giorno le querelle che si accendono tra i feed di Facebook e i trending topic di Twitter. Ma i social media sono semplici veicoli di sentimenti negativi, oppure veri e propri amplificatori, che ci allenano a radicalizzarci sempre di più nell’esprimere le nostre opinioni? Questa è la domanda a cui risponde – in maniera, purtroppo, affermativa – un gruppo di psicologi dell’Università di Yale in uno studio pubblicato su Science Advances. “Rispetto a quella che vediamo offline, l’indignazione online risulta amplificata e capace di diffondersi molto più rapidamente. Così ci siamo chiesti se ci fosse qualcosa di specifico al mondo dei social media che favorisse questo fenomeno” spiega William Brady, psicologo sociale a Yale.

L’apprendimento per rinforzo

“Quello che abbiamo trovato sono due meccanismi che supportano questa ipotesi”. Il primo è il cosiddetto “apprendimento per rinforzo“: “Abbiamo trovato che quando si inviano dei tweet indignati, si tende a ottenere un numero di like e di retweet superiore a quando si scrivono messaggi più neutri. E questo funziona come incentivo a scrivere dei tweet ancora più indignati” spiega Brady. “In pratica è come se Twitter ci “allenasse” ad esprimere indignazione, premiandoci quando lo facciamo”. Per verificare questa ipotesi, Brady e i suoi colleghi hanno esaminato oltre 12,7 milioni di tweet emessi da 7.331 utenti Twitter. Un algoritmo di machine learning ha permesso di tenere traccia delle storie individuali degli utenti coinvolti, classificando il contenuto dei loro tweet come indignato o neutro, e tracciando il numero di condivisioni e “like” ottenuti in risposta a ogni singolo tweet. “Per allenare l’algoritmo di machine learning a riconoscere l’indignazione nei tweet, abbiamo usato dei dataset relativi a casi famosi in cui gli americani si sono indignati sui social, come il caso di Brett Kavanaugh, candidato alla Corte Suprema, che nel 2018 fu accusato dalla psicologa Christine B. Ford di averla molestata quando erano adolescenti” spiega Brady.

Annotatori umani per migliaia di tweet

Per allenare l’algoritmo a riconoscere l’indignazione sono stati necessari degli annotatori umani. “Hanno letto migliaia di tweet classificandoli come “indignati” se soddisfacevano queste condizioni: dovevano contenere espressioni di rabbia e disgusto, dovevano essere reazioni a qualcosa che il mittente percepiva come una trasgressione morale, e dovevano implicare un qualche tipo di conseguenza, come una punizione, per chi era percepito come trasgressore” spiega Brady. “Grazie a questo dataset, così arricchito dalle annotazioni umane, il nostro algoritmo di machine learning ha imparato a riconoscere le combinazioni di parole caratteristiche dei messaggi indignati”. E ha potuto così classificare rapidamente milioni di altri tweet.

Il secondo meccanismo: adesione alla norma

Quello che è emerso dallo studio è che, oltre all’apprendimento per rinforzo, quando ci esprimiamo sui social media possiamo incappare in un secondo meccanismo psicologico, quella che chiamiamo “adesione alla norma“: “Se sappiamo di far parte di una comunità online che è fortemente politicizzata, se ad esempio abbiamo molti follower o amici che postano con frequenza commenti politici piuttosto polarizzati, allora tenderemo a esprimere più indignazione rispetto a chi non appartiene a cerchie altrettanto politicizzate, e questo anche indipendentemente dal numero di “like” o condivisioni che riceviamo. È come se sapessimo istintivamente che il “biglietto di ingresso” per fare parte di quella community è esprimere un certo grado di indignazione rispetto ai temi che pensiamo possano fare indigare gli altri membri della community”.

L’indignazione esce dalla Rete?

Il prossimo passo, per i ricercatori di Yale, sarà capire quanto l’indignazione che esprimiamo online su Twitter o Facebook (o anche su Reddit, in tutti quei contesti “social” dove i messaggi che scriviamo possono essere apprezzati, up-votati o condivisi dagli altri) poi si possa tradurre in comportamenti che esulano dal contesto della rete e possano esondare nella vita quotidiana, rendendoci più pronti ad indignarci anche quando succede qualcosa mentre siamo in fila al supermercato. Perché non è detto che per l’indignazione online valga il detto americano: “Ciò che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas”. “Ci si potrebbe aspettare che chi si indigna online poi rimanga un po’ agitato anche poco dopo, qualsiasi cosa faccia. Però non ci sono ancora evidenze scientifiche a supporto di quest’idea” spiega Brady. “Un ambito in cui faremo ricerca ora è quali sono le caratteristiche psicologiche che rendono una persona più o meno incline all’espressione di indignazione online”.

L’escalation non è infinita

C’è una ricetta per ridurre il rischio che i social media ci rendano sempre più indignati? Innanzitutto bisogna rendersi conto che l’indignazione, quando è immotivata e alimentata da fattori esterni come le dinamiche delle piattaforme social, è un fenomeno spiacevole ma non c’è il rischio di un’escalation infinita: “Quello che abbiamo notato è che dopo un certo numero di tweet indignati, e di reazioni positive dei follower, gli autori dei tweet si assestano su un certo livello di indignazione perché si riduce la loro sensibilità all’approvazione dei follower” spiega Brady.

Ma non serve indignarsi per adeguarsi al clima

Chi volesse comunque immunizzarsi contro il virus dell’indignazione “social”, evitando di farsi contagiare o di essere un portatore sano, può tenere a mente questa raccomandazione di William Brady: “La frequenza dei messaggi indignati che vediamo nei nostri feed social non è realmente rappresentativa dell’indignazione media che può essere espressa dalla nostra rete sociale” spiega il ricercatore. “Siccome i messaggi indignati creano più engagement, ovvero attirano più like e condivisioni, le piattaforme social tendono ad aumentarne la visibilità nei vari feed – a meno che, ovviamente, non siano espliciti messaggi d’odio – e così per le persone è facile sovrastimare l’indignazione e pensare di doversi adeguare al “sentiment” generale diventando un po’ più indignati. Ma è un’illusione fuorviante e deleteria, a cui possiamo resistere se siamo sempre ben consci del ruolo che la piattaforma social ha nel promuovere queste dinamiche”.

Fonte: Repubblica

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