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PECHINO-CHENNAI – Per vincere la sfida del clima, il mondo ha bisogno dei due giganti d’Asia. Della Cina, responsabile di oltre un quarto di tutte le emissioni di CO2 del Pianeta. E dell’India, il secondo consumatore di carbone sulla Terra con quella sua capitale, Delhi, che è la città più inquinata del globo. Dopo l’allarmante rapporto dell’Onu, come si stanno comportando i due colossi?

Cina, principale inquinatore

Pechino, medaglia d’oro nelle emissioni, assicura che il picco sarà raggiunto prima del 2030. E il presidente Xi Jinping si è dato come orizzonte altri 30 anni, il 2060, per raggiungere la neutralità carbonica. Primo leader a farne una “priorità nazionale”, un mantra ripetuto ad ogni vertice pur tuttavia senza spiegare come ci riuscirà.

A oggi la Cina non ha svelato ancora nessun piano per raggiungere l’ambizioso obiettivo. Che, vista la struttura dell’economia e il ruolo che hanno avuto gli impianti a carbone negli ultimi 40 anni nella mega industrializzazione del Paese, è impresa titanica.

Ma Xi sa che la sfida è strategica internamente ma pure sul piano internazionale, per presentarsi come potenza responsabile ai prossimi appuntamenti come la Cop26 e soprattutto agli occhi degli Usa.

La transizione ecologica cinese

“Tra non molto sveleremo i nostri piani”, ha detto una settimana fa Xie Zhenhua, l’uomo scelto dal presidente come inviato per il clima. A parole annuncia di voler “ridurre progressivamente” l’uso del carbone dal 2026. Ma la realtà è che le centrali si moltiplicano: una sessantina quelle in costruzione.

La transizione sarà tutt’altro che facile: per le preoccupazioni sulla sicurezza energetica, per la stabilità economica, per i potenti interessi locali e delle gigantesche imprese statali che spingono la Cina dalla parte opposta. 

Affinché Pechino faccia in tempo a rispettare gli impegni presi, da qui al 2050 il 90% della sua produzione energetica dovrebbe derivare dalle rinnovabili e dal nucleare spiegano i ricercatori dell’università Tsinghua. Oggi siamo soltanto al 15%.

Cina, prima anche nella produzione di energia verde

Il governo però si muove, finanziando sempre più impianti nelle sconfinate regioni dell’Ovest che dovranno essere in grado di fornire energia pulita alle sempre più fameliche metropoli della costa Est. È qui la contraddizione cinese: prima al mondo per emissioni, ma prima pure nella produzione di energia verde.

La Cina genera più energia solare di qualsiasi altro Paese e le nuove centrali eoliche sono state nel 2020 il triplo di quelle costruite in qualsiasi altra nazione. Segno di dove il Dragone vuole andare.

Ma serve fare di più. “La Cina è in una fase di crescita tale che sta rimettendo in discussione i progressi realizzati finora”, ricorda Li Shuo di Greenpeace China. “La soluzione è mettere fine alle energie fossili, ma agire troppo in fretta è ancora percepito come un suicidio politico”.

Il progetto di Modi in India

Una spinta prova a darla pure l’India, che produce il 7% di tutti i gas serra del mondo. Qui, il 64% dell’elettricità, arriva dal carbone.

Il governo Modi, con il suo ambizioso progetto “Atmanirbhar Bharat”, sta investendo in modo aggressivo nell’eolico e nel solare. Dal 2008 al 2018 l’uso dell’energia rinnovabile ha segnato un +17%. Una rivoluzione che però al momento è ancora troppo dipendente dalle importazioni proprio dalla Cina.

Le prime mosse sono state quelle di imporre una tassa di importazione del 15% sui componenti dei pannelli solari. La seconda è stata quella di sanzioni doganali che da aprile 2022 tassano i moduli solari del 40% e le cellule solari del 25.

Il tutto è mirato a disincentivare le importazioni cinesi e a fornire maggiori garanzie alle piccole e medie imprese. Ma la verità è che l’India non è in grado di trovare alternative meno costose delle importazioni cinesi e sarà costretta a continuare la sua dipendenza da quello che diventa un nemico sempre più incontenibile.

Fonte: Repubblica

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