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New York. “Le auto Tesla non fanno spionaggio, né in Cina né in America”. E’ dovuto intervenire in persona Elon Musk, fondatore e chief executive della marca californiana di auto elettriche, per tentare di spegnere un’improvvisa crisi su un mercato strategico per la sua azienda. La Tesla è diventata “collateral damage”, vittima collaterale dell’escalation di tensione fra le due superpotenze. Proprio alla vigilia del primo vertice bilaterale Usa-Cina nell’era Biden, che si è tenuto venerdì ad Anchorage in un clima di evidente ostilità, il governo di Pechino aveva deciso di colpire proprio un’azienda-simbolo della tecnologia americana. L’acquisto o l’uso della Tesla è stato vietato in Cina a un vasto elenco di utenti: funzionari pubblici, militari, ma anche dipendenti di aziende di Stato. La motivazione ufficiale delle autorità cinesi è che quelle auto potrebbero raccogliere dati sensibili e poi trasmetterli in America, al governo o all’intelligence o al Pentagono.

Il precedente Huawei

Questo tipo di accusa o di sospetto riecheggia in modo speculare la campagna condotta dagli Stati Uniti contro la tecnologia Huawei per le telecom di quinta generazione o 5G: il timore cioè che i paesi occidentali acquistando infrastrutture telefoniche made in China siano alla mercè dello spionaggio di Pechino, a fini commerciali o politico-militari. A fornire qualche verosimiglianza alle accuse contro la Tesla, c’è il fatto che i modelli elettrici hanno raggiunto un’evoluzione tecnologica vicina all’auto-pilotaggio e hanno quindi un’informatica di bordo molto raffinata, dei computer che dialogano con guidatore e passeggeri, e possono essere usati per navigare Internet, dialogare via email o social media, accedere alle proprie banche dati su altri dispositivi. Un altro sospetto avanzato dalle autorità cinesi riguarda l’uso delle immagini registrate dalle videocamere in dotazione alle auto Tesla. 

Un duro colpo

 

L’embargo cinese è un colpo duro per la Tesla. L’anno scorso Musk ha realizzato in Cina circa un quarto delle sue vendite globali di mezzo milione di auto. Perciò Musk è intervenuto personalmente a smentire le accuse, collegandosi in videostreaming dagli Stati Uniti con un convegno economico a Pechino, il China Development Forum. “Un’azienda sia cinese o americana se si prestasse a fare spionaggio subirebbe degli effetti negativi molto gravi. Se la Tesla utilizzasse le sue auto per fare spionaggio in un paese, verrebbe vietata anche in altri, e questo è un forte incentivo per garantire la confidenzialità dei dati”. Musk si è poi soffermato a criticare anche dei casi opposti in cui sono gli Stati Uniti ad avere accusato di spionaggio aziende cinesi: ha citato l’embargo minacciato (ma non realizzato) dall’Amministrazione Trump contro il social media TikTok, molto diffuso tra gli adolescenti americani e di proprietà di un gruppo cinese. “TikTok – ha detto Musk – fa vedere soprattutto dei ragazzini che fanno stupide danze. Anche se spiasse, che importanza ha? Che cosa se ne fa l’altro paese? Se quelle informazioni sono inutili, non vale la pena farci attenzione”.

Il giro di vite di Xi Jinping contro Tesla sembra la fine di una luna di miele tra questa azienda-icona e le autorità cinesi. Nel 2018 la casa automobilistica californiana era stata la prima a ottenere il permesso dalle autorità di Shanghai per costruire una fabbrica di sua totale proprietà, cioè senza doversi prendere un socio cinese con cui condividere il know how tecnologico.       

Fonte: Repubblica

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