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Si farebbe un torto alla verità e all’intelligenza, oltre che alla chiarezza del suo dispositivo, se la sentenza della Corte di Assise di appello di Palermo venisse letta come un Rubicone della storia della Mafia in questo Paese. In grado di riscrivere la catena degli eventi accaduti a partire dal 1992 e proseguiti nel 1993, di trasformare il bianco in nero e viceversa. La decisione, infatti, al netto della restituzione dell’onore agli imputati assolti, riconsegna al Paese il colore più esatto che dalle origini segna ogni storia siciliana dove incrocino politica, apparati, uomini d’onore. E quel colore è ed è sempre stato il grigio, come Giovanni Falcone insegnava e, prima di lui, Leonardo Sciascia. Dove, dunque, è il contesto a diventare decisivo nel suggerire letture anche diametralmente opposte.del suo impianto finale, Nino Di Matteo, oggi consigliere del Csm) diventando prigioniero di un’univoca lettura del contesto. E’, a posteriori, la conferma della felice intuizione di due dei più brillanti studiosi italiani del fenomeno mafioso, il giurista siciliano Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo che, sette anni fa (“La Mafia non ha vinto”. Laterza 2014), dei fatti accaduti tra il 1992 e il 1993 a Palermo e riassunti nella locuzione “trattativa Stato-Mafia”, ebbero a dire che “un’aula di giustizia era troppo piccola” perché quei fatti vi potessero essere giudicati. Nel fulminante giudizio di Fiandaca e Lupo era il richiamo alla complessità del contesto siciliano, alla sua dimensione compiutamente e psicologicamente labirintica, e dunque l’urgenza di non abbandonarsi alla hybris di voler costringere una pagina drammatica della Storia di questo Paese e delle sue responsabilità, non necessariamente penali, della nascita stessa di Forza Italia (e del ruolo avuto dal “siciliano” Marcello Dell’Utri), nel perimetro angusto di un processo. Che avrebbe spinto, come è regolarmente accaduto, la magistratura, gli intellettuali, la politica, il giornalismo di questo Paese a dividersi in una guerra civile senza quartiere tra i sostenitori della teoria dell’anti-Stato (quello fellone pronto a trattare e a stringere un patto con gli stragisti e di fatto consegnare alla morte Paolo Borsellino) e quelli della denuncia dello strabismo della via giudiziaria alla scrittura della Storia.

E’ questo il baco che, sin qui (in attesa della pronuncia che di questa vicenda darà la Cassazione), ha reso possibile confondere (o se preferite leggere) per 13 anni (tanto sono durate le indagini di cui questo processo è figlio) una spregiudicata e insieme disperata operazione dei carabinieri – quale la sentenza di appello ritiene sia stata quella condotta dal Ros agganciando, quali confidenti, uomini nelle mani delle cosche come Ciancimino e Cinà – con una trattativa che, uno Stato in ginocchio, avrebbe intavolato con Bernardo Provenzano e Totò Riina per una tregua nell’attacco che Cosa Nostra aveva portato alle fondamenta dello Stato. Prima con l’omicidio di Salvo Lima (marzo 1992), quindi con la strage di Capaci (maggio 1992), quella di via D’Amelio (luglio 1992) e le bombe di Milano, Firenze, Roma (1992-1993).

Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, ha detto ieri all’agenzia di stampa Adn Kronos dopo la sentenza: “Io non ho mai assolto gli ufficiali dei carabinieri, ma ho avuto sempre molti dubbi, che oggi sono stati confermati. Ho ritenuto scorretto pompare mediaticamente un processo prima che giungesse al suo esito. Un comportamento che mio padre non avrebbe mai approvato. La grande amarezza è che queste energie investigative potevano essere impiegate per approfondire, come abbiamo sempre detto, il clima che mio padre viveva dentro la Procura di Palermo”. Dunque e di nuovo: il contesto. Già, a chi si riferiva il magistrato quando, poco tempo prima di morire, parlava di “tradimento”? Paolo Borsellino, purtroppo, non è più in grado di raccontarlo. Così come Riina e Provenzano, ammesso e non concesso avessero mai deciso di rivelarlo, hanno portato nella tomba il mistero della genesi del famigerato “papello”, il pizzino su cui erano annotate le condizioni che Cosa Nostra intendeva imporre allo Stato per una tregua, e quello del perché Cosa Nostra si convinse in qualche modo che quella offerta-minaccia aveva raggiunto il segno.

Quel che è certo è che, all’indomani di Capaci e via D’Amelio, lo Stato era in ginocchio. Era “tutto finito”, come avrebbe detto devastato dal dolore Antonino Caponnetto, ex capo del pool antimafia di Palermo. In quell’estate del 1992, i nostri apparati investigativi non avevano “trojan” o strumenti di intrusione telematica capaci di consegnare rapidamente un bandolo investigativo. Nella Palermo infernale di quei mesi tutti avevano ottime ragioni per dubitare di chi gli fosse accanto. E le sue mosse. Negli uffici giudiziari (dove, non va mai dimenticato, una parte della magistratura aveva visto con sospetto la decisione di Giovanni Falcone di andare a lavorare nel ministero di giustizia guidato da un partito socialista alla vigilia del cataclisma giudiziario che avrebbe cancellato la prima Repubblica), negli apparati dello Stato. Insomma, insieme al sangue, il tritolo mafioso aveva liberato veleni che avrebbero fatto da incubatore, anche e soprattutto nei lustri a seguire, di ombre tossiche. Che si sarebbero allungate anche sulla presidenza di Giorgio Napolitano, sulla lealtà di un magistrato specchiato come Loris D’Ambrosio, individuati, tra gli altri, come silenti complici e custodi del segreto sull’esistenza di una “trattiva” con la Mafia.

Per questo, sarebbe liberatorio poter pensare che la sentenza palermitana di ieri, fosse l’occasione non per un “rompete le righe”, un “tutti a casa”. Per un de profundis o peggio un redde rationem con la storia dell’Antimafia di questi 30 anni. Ma per un armistizio civile, leale, del Paese, per una riflessione sincera e trasparente nella magistratura, che sia premessa di una dichiarata volontà di scrivere la Storia, quella con la S maiuscola, di quegli anni. E di farlo, come invitavano Fiandaca e Lupo nei luoghi, nei modi e con la complessità che merita. Purtroppo, non bisogna essere profeti per essere certi che non accadrà. A dispetto e in disprezzo di quei brandelli di verità storica che pure ancora manca e che potrebbero ancora essere afferrati. E di una memoria che, per essere costruita ha come precondizione che i processi non siano ordalie e la Storia non venga scritta solo dai processi. Quale che ne sia l’esito.

Fonte: Repubblica

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