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123025541 f510812f 71cc 42f9 a500 d02740c4ee07 - L’Aeronautica arma i droni: “Si combatterà così”

L’Italia ha deciso di armare i suoi droni militari, trasformandoli da ricognitori in bombardieri. Ed entrerà così tra i Paesi in grado di gestire attacchi in continenti lontani, ordinando il lancio di missili da migliaia di chilometri: in pratica, è un passo avanti verso la nuova dimensione dei conflitti, che mette in discussione tutte le regole della guerra. Gli “aerei senza pilota” infatti permettono di uccidere l’avversario senza il rischio di subire perdite umane e possono rimanere in volo anche 24 ore, sorvegliando il bersaglio fino al momento più opportuno per colpirlo.

I Predator e i Reaper – “falciatrice”, nome che evoca la “triste mietitrice” ossia la morte – : sono stati i primi “velivoli a guida remota” a venire dotati di missili, diventando dall’autunno 2001 i protagonisti della “guerra globale contro il terrore” scatenata dagli Stati Uniti. Hanno permesso l’uccisione di decine di terroristi, ma sono ritenuti responsabili anche della morte di civili innocenti, spesso colpiti in Paesi che non erano zona di guerra come il Pakistan e lo Yemen. Per i critici, si tratta di “un’arma disumana”, considerata il simbolo del nuovo imperialismo americano. Molti generali non solo statunitensi invece la ritengono “un’arma umanitaria”, perché permette di osservare a lungo gli obiettivi e ridurre al massimo i “danni collaterali”. Ma pure l’ultimo raid condotto da un Reaper contro l’Isis a Kabul, poche ore prima del ritiro Usa, resta molto discusso: tra le vittime sei bambini.

Mentre in Germania il dibattito sull’eventualità di comprare droni armati tiene banco nella campagna elettorale per la successione ad Angela Merkel, da noi la scelta è stata “mimetizzata” in un capitolo del “Documento programmatico pluriennale” presentato a inizio agosto in Parlamento dal ministero della Difesa. La novità è stata descritta con una formulazione così tecnica che solo gli esperti del mensile specializzato Rid sono riusciti a decifrarla: “Aggiornamento del payload MQ-9”, dove MQ-9 è la sigla che indica i droni Reaper. Recita il Documento: “Il velivolo garantirà incrementati livelli di sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile dall’aria. Introdurrà, inoltre, una nuova opzione di protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi aerei durante operazioni ad elevata intensità/valenza”. L’operazione – che include l’aggiornamento di sensori-spia e apparati di trasmissione – prevede l’investimento di 168 milioni in sette anni. Non viene specificato quali siano gli armamenti prescelti: i Reaper statunitensi usano in genere missili Hellfire e bombe a guida laser.

La nostra Aeronautica è stata la prima tra quelle europee a dotarsi di droni da ricognizione, adottando i Predator e poi i Reaper made in Usa: li abbiamo impiegati in maniera massiccia in Afghanistan, Libia, Iraq, Somalia. Dal 2015 una squadriglia decolla tutti i giorni dal Kuwait per sorvegliare le mosse dell’Isis mentre due anni fa un Predator italiano è stato abbattuto non lontano da Tripoli. Nel 2010, quando fu raggiunto il massimo impegno militare contro i talebani, il governo Berlusconi chiese a Washington l’autorizzazione ad armare i nostri droni e acquistare gli apparati guida. La domanda venne bocciata perché il sistema era considerato top secret. Il via libera è arrivato anni dopo, quando però l’interesse italiano si era spento. Ma gli ultimi conflitti, dalla Libia al Nagorno Karabakh, sono stati condizionati dal proliferare di droni lanciamissili, prodotti da Turchia, Cina, Israele e Russia: dozzine di aviazioni ormai li schierano. Lo Stato maggiore ritiene quindi che i droni da battaglia siano ormai “irrinunciabili”: “Considerati i prevedibili scenari di sicurezza globali, gli aeromobili a pilotaggio remoto si profilano, infatti, come fattori abilitanti dell’intera macchina militare e sono quindi irrinunciabili per qualsiasi strumento militare moderno”. Oltre ad armare i Reaper, si cercherà un sostituto per i più vecchi Predator nell’attesa che sia pronto il nuovo velivolo europeo: un super-drone chiamato Male, acronimo inglese che nella nostra lingua ha un significato decisamente nefasto.   

Fonte: Repubblica

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