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220328708 b6c83e1b 7480 4a58 92a2 4216f166fb32 - Lavoro, scuola, Rsa: così la pandemia ha ristretto i diritti

Dal Rapporto sullo stato dei diritti, curato da Valentina Calderone e Angela Condello per A Buon Diritto Onlus, emerge un dato inequivocabile: le diverse famiglie di diritti (individuali e collettivi, soggettivi e sociali, di prima generazione, come la libertà di parola, o di ultima, come la privacy) sono strettamente connesse e interdipendenti tra loro. Dunque, risulta messo in discussione uno stereotipo assai diffuso, così riassumibile: la cura per le libertà individuali porterebbe, fatalmente, al ridimensionamento dei diritti di natura economico-materiale, quelli correlati ai bisogni primari. Quasi che quello della cittadinanza fosse un sistema a numero chiuso, dove l’inclusione di una domanda (di lavoro, per esempio) determinerebbe inevitabilmente la compressione di un’altra (che so?, il riconoscimento dei differenti orientamenti sessuali).

Il rischio è una concezione classista e fin sottilmente razzistica: come se, cioè, i diritti individuali e quelli civili fossero un “bene di lusso”. E appartenessero alla sfera del superfluo, mentre agli strati meno abbienti si dovrebbero riconoscere esclusivamente i diritti di prima necessità, quelli indispensabili alla mera sopravvivenza. Ne consegue che l’interesse del cassintegrato dovrebbe limitarsi ai diritti davvero essenziali – il reddito, il lavoro – e non dovrebbe riguardare quelli immateriali, e pure concretissimi, come la felicità sentimentale, la genitorialità, l’autodeterminazione su di sé e sul proprio corpo. Il Rapporto sullo stato dei diritti ci parla, piuttosto, di un generale deficit di garanzie in tutti i campi, ma segnala anche un filo sottile, eppure robusto, che tiene insieme i diversi ambiti dell’esistenza. Una maggiore protezione delle tutele sociali e dei diritti collettivi – come nel caso delle persone con disabilità – non solo non ostacola, ma rafforza il riconoscimento dei diritti soggettivi e le istanze di autonomia individuale. Una cultura di sinistra dovrebbe saperlo e tradurlo in politica.

Migranti. Quei 180mila irregolari in attesa del permesso

Natalija ha 53 anni, è arrivata in Italia dall’Ucraina vent’anni fa. Ha perso cinque anni fa il lavoro come colf e così il permesso di soggiorno, fino allo scorso anno quando una persona ha deciso di assumerla per toglierla dall’irregolarità. Da quel giorno Natalija sta aspettando ancora di essere convocata in Prefettura per ottenere il suo permesso. Come lei, racconta il Rapporto sui Diritti ai tempi della pandemia redatto da A buon diritto, ci sono altre 180 mila persone in attesa: su 230 mila domande di regolarizzazione presentate in un anno i permessi rilasciati dal ministero dell’Interno sono stati 60 mila, il 26%. Il Covid è diventato un problema due volte: ha rallentato a lumaca la burocrazia proprio mentre gli “irregolari” in attesa di un permesso non riuscivano a iscriversi al sistema sanitario e dunque a vaccinarsi, curarsi, ottenere il Green Pass.

Lavoro. Aumentano i nuovi poveri: più 12,7% in fila alla Caritas

Eccoli, i “nuovissimi poveri”. “Sono apparse all’improvviso fasce sociali di povertà mai conosciute. Categorie lavorative salde fino a pochi mesi fa, oggi si ritrovano a far parte del gran numero dei disoccupati, di coloro ai quali non sono stati rinnovati i contratti o che attendevano impieghi temporanei che non ci sono stati”. Lo racconta la Caritas di Trieste, una delle tante sedi della Rete che nel lockdown del 2020 ha registrato un aumento del 105% di nuovi assistiti, con picchi del 153% al Sud. Nella fase successiva della pandemia i numeri si sono assottigliati fino a un +12,7% di persone in fila. Lo stesso era successo dopo la crisi economica del 2008, ma nell’Italia del pre-pandemia il numero di poveri assoluti era più che doppio rispetto al 2007. “L’orizzonte di povertà – scrive A Buon diritto – è segnato da previsioni più che pessimistiche se non si invertirà la rotta”.

Luoghi di cura. Oltre mille in soli tre mesi gli anziani legati ai letti

Le Rsa non sono state solo l’epicentro dei focolai e della strage di anziani. Ma anche i luoghi della reclusione, proprio per contenere il contagio. I racconti degli operatori sociali restituiscono la condizione in cui si sono trovati medici, operatori, pazienti che vivono l’universo della sofferenza psichica con la chiusura dei centri diurni, la sospensione delle attività di gruppo, l’annullamento delle visite. Secondo A Buon diritto “l’intervento di cura si è trasformato nella costruzione di scatole”. Scatole per di più chiuse in cui, in situazioni estreme, si fa ancora ricorso alla contenzione, legando i pazienti ai letti. L’Iss ha monitorato 16.802 contenzioni segnalate in soli tre mesi del 2020 da 1244 strutture. Il 25 giugno di quest’anno è arrivato l’intervento di Roberto Speranza: entro il 2023, si legge nel documento del ministero della Salute, la contenzione meccanica dovrà essere superata.

Infanzia. Crescono fino al 40% le richieste di aiuto

Non solo Dad, la pandemia ha portato con sé una compressione dei diritti dei minori, per chi una casa e una famiglia la ha e per chi la aspetta. Già il 1 aprile 2020 la Rete europea dei garanti per l’infanzia e l’adolescenza avvertiva dei rischi di aumento della violenza domestica nei confronti dei bambini come vittime e come spettatori. Nelle settimane successive il Telefono Azzurro registrava un drastico aumento delle chiamate di aiuto: il 30-40% in più rispetto alla media pre-Covid. Ma il 2020 è stato l’anno in cui molti percorsi di adozione hanno dovuto subire rallentamenti se non proprio battute d’arresto. I rapporti semestrali della Commissione adozioni internazionali parlano di 526 adozioni al 31 dicembre 2020, a fronte delle 969 dell’anno precedente. Con il venir meno dei divieti i percorsi adottivi sono ripresi ma restano le difficoltà del sistema italiano: tempi lunghi e costi elevati

Istruzione. Sei ragazzi su dieci senza computer per la Dad

La scuola è giunta impreparata alla crisi sul fronte del digital divide. E ad essere penalizzati sono stati gli studenti socialmente ed economicamente più deboli. Nell’indagine condotta dall’istituto Demopolis, spiega il report, il 72% del campione afferma che le disuguaglianze fra minori sono cresciute nell’ultimo anno. La prima analisi delle conseguenze della Dad è emersa da una ricerca Invalsi: “Per più di 6 bambini su 10 le lezioni da remoto sono state una prova proibitiva, solo il 36% era in condizioni “accettabili” per affrontarle. Alle superiori si sale al 66%”. Una percentuale che riscende sotto al 50% in presenza di genitori che hanno la licenza elementare. E nel lockdown uno studente con disabilità su 4 non ha preso parte alle lezioni; al Sud uno su tre. Save the Children racconta pure che più di un ragazzo su 4 afferma che un compagno di classe ha smesso di frequentare le lezioni.

Violenza. Il 45% degli omicidi sono femminicidi

Più violenze e meno lavoro: le donne hanno pagato più degli uomini la pandemia. Secondo il rapporto Istat 2020, si è verificata un’impennata delle chiamate al numero antiviolenza 1522 e anche davanti al calare degli omicidi, in percentuale i femminicidi sono aumentati (dal 35% al 45%). Mentre i numeri della cronaca nera salgono, quelli del lavoro calano: poco più della metà di donne sono occupate, lavorano meno ore rispetto agli uomini e non per scelta, hanno carriere più brevi e discontinue e promozioni con più difficoltà. La retribuzione oraria mediana di una lavoratrice è il 7,4% più bassa di quella di un lavoratore. Eppure risultavano più esposte al contagio da Covid per via della preponderante presenza tra le professioni socio-sanitarie, di cura o di insegnamento: il 22,4% a rischio elevato e il 21,6% a rischio molto elevato (rispetto all’11,3% e al 5,1% dei lavoratori).

Fonte: Repubblica

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