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162637141 901187aa 6043 4f38 a151 29c94e1bc26c - Le donne tornano a condurre programmi tv, ma la stampa afghana teme ancora le ritorsioni dei talebani

Tornano le donne a condurre in televisione, in Afghanistan, dopo due giorni di assenza. Ieri mattina dagli studi di Tolo News, la prima rete televisiva afghana di notizie e attualità in onda 24 ore su 24, è stata trasmessa una diretta impensabile venti anni fa. Seduti uno di fronte all’altra ci sono Mawlawi Abdulhaq Hemad, uno dei rappresentanti talebani per i media e la comunicazione, e la giornalista e presentatrice Beheshta Arghand. Arghand chiede conto delle notizie di abusi da parte dei talebani, delle perquisizioni casa per casa. Hemad risponde di essere stupito che ‘la gente abbia ancora paura dei talebani”.

Poco prima, Saad Mohseni, direttore del gruppo Moby che controlla l’emittente, aveva scritto sui social media: “Per coloro che sono preoccupati per Tolo News, posso solo assicurare che i nostri stanno bene e che abbiamo continuato con la nostra trasmissione, ininterrottamente durante questa “transizione”, condividendo poi l’immagine di una delle presentatrici del canale, accompagnata dalla scritta: “Siamo qui per informarvi, restate con noi”. Non solo le presentatrici in studio, ma anche le inviate per le strade di Kabul, sempre per Tolo News, ieri, sono tornate a collegarsi live dalle strade della capitale due donne: Hasiba Atakpal e Zahra Rahimi.

Immagini storiche. Ma è ancora troppo presto per dire se corrispondano a un cambiamento reale o alla necessità del gruppo di mostrarsi presentabile al resto del mondo, troppo presto per dire che il volto più moderato che i talebani vogliono dare di sé dopo l’entrata a Kabul, incoraggiando le donne a lavorare e addirittura a partecipare alla formazione del nuovo governo, non sia il modo per coprire la politica di esclusione delle donne che hanno già messo in campo nelle aree sotto il loro controllo.

Da una parte, dunque, i talebani 2.0 seduti in uno studio televisivo di fronte a una donna, dall’altra i miliziani del gruppo che verniciano di bianco, per coprirle, le fotografie di donne di fronte ai negozi di abbigliamento. Due anime dello stesso gruppo. E un Paese che cerca di capire quale prevarrà.

Di certo, a due giorni dalla conquista della capitale, migliaia di donne sono chiuse in casa per paura. Come da mesi, ormai, restavano chiuse in casa attiviste e giornaliste, terrorizzate da un’ondata di omicidi mirati. Giornaliste come Malala Maiwand. Malala era una giornalista di Enikass, una grande emittente di radio e tv della provincia di Nangarhar, a poche decine di chilometri dal Pakistan. Aveva ventisei anni quando, lo scorso dicembre, è stata uccisa insieme al suo autista in un attacco di uomini armati nel vicolo di fronte a casa, mentre andava a lavorare. La sua colpa: essere una di fronte a una telecamera e un’attivista per i diritti civili. Non le è stato perdonato.

“Non era solo una giornalista, Malala sapeva parlare alla gente e trovava le parole giuste per descrivere le loro sofferenze. Era una gemma della società afghana che ora non c’è più”, dice suo padre, Gul Mullah, nella modesta casa di famiglia a Jalalabad. “L’hanno punita perché era la voce dell’ingiustizia e del riscatto in una società in cui l’unico destino ammesso per le donne è la casa”. Dopo essere cresciuta nell’Afghanistan post-talebano, Malala Maiwand si è sempre opposta al ritorno del regime del gruppo terroristico. Prima di morire aveva parlato pubblicamente della sfida di essere donna e attivista, sottolineando di voler proseguire il lavoro di sua madre, anche lei un’attivista e anche lei uccisa da un gruppo armato cinque anni fa.

Critica sugli accordi di Doha stretti tra gli Stati Uniti e la delegazione talebana in Qatar, disse: “Dopo un accordo di pace con i talebani, mi sarà ancora permesso di venire al microfono e fare domande come sto facendo oggi?”. Dopo l’omicidio di Malala altre tre donne, anch’esse giornaliste, sono state brutalmente uccise. Omicidi che hanno portato alcune emittenti della provincia di Nangahrar alla dolorosa scelta di non assumere più donne, per tutelare la loro incolumità.

Secondo il Committee to Protect Journalists, un osservatore globale dei media, dal 1994 in Afghanistan sono stati uccisi 51 giornalisti. A maggio Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, aveva avvertito i giornalisti afghani accusati di dare una copertura unilaterale, a favore del governo di Kabul, dicendo loro di fermarsi o “affrontare le conseguenze”. Ecco perché, oggi, molti giornaliste e giornalisti sono chiusi in casa per paura di ritorsioni.

L’ingegner Mohammad Latifi è il vicedirettore di Enikass, per accedere nel suo ufficio a Jalalabad bisogna attraversare tre portoni blindati. “Qui lavoravano più di cento persone tra giornalisti e tecnici”, dice con un orgoglio solido, offuscato dalle decisioni che ha dovuto prendere poche settimane fa con il direttore dell’emittente. “Cinque dei nostri giornalisti sono stati uccisi. Dovevamo proteggerli, per questo abbiamo deciso di chiudere la sede di Jalalabad e chiedere a tutti di trasferirsi a Kabul, che è un luogo più sicuro di questo”.

Secondo l’ormai ex Ministero della Cultura e dell’Informazione afghano, dal maggio scorso 51 organi di stampa sono stati costretti a chiudere: 5 canali tv, 44 stazioni radio e due agenzie. Mille giornalisti hanno perso il lavoro. Il vicedirettore Latifi cammina nei corridoi di quella che un tempo era una redazione: attraversa la regia, le cabine di doppiaggio, le stanze dove i video erano editati, le scrivanie – anche quella di Malala – e gli studi da cui andavano in onda il canale tv e la radio. Oggi non resta nulla. Tutte le attrezzature sono state portate via, di notte, in fretta.

A ricordare la laboriosità di quelle stanze restano solo due quadri. Uno ritrae la squadra di lavoro e uno le fotografie e i nomi delle giornaliste e dei giornalisti uccisi.

Fonte: Repubblica

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