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175142996 2eeb19cb e1ea 4cfc 8aa5 f3656839e67c - LGBTQ+: studenti e prof chiedono di parlarne in classe, tre ragazzi su quattro vogliono saperne di più

Tre studenti su quattro vorrebbero sapere di più su omofobia, bifobia e transfobia. Mentre la legge Zan annega in commissione al Senato tra centinaia di audizioni volute dal centrodestra, i ragazzi italiani reclamano più informazione e la reclamano a scuola. E anche i loro professori. Nel giorno dell’ultima campanella è interessante raccogliere il grido che si leva dalle 3.199 risposte rigorosamente anonime di allievi e docenti al questionario distribuito da We School, la piattaforma digitale utilizzata da due milioni di studenti e 230mila professori durante il lockdown. È prima fotografia scattata dentro le aule dei nostri istituti secondari su questi argomenti.

I risultati

I risultati dell’indagine appaiono netti: il 75% degli intervistati sono molto o abbastanza convinti che i temi delle differenze sessuali debbano essere oggetto di lezioni o di dibattito a scuola. E in effetti carenza di informazione c’è: se la maggioranza dei ragazzi (76,8%) conosce il significato della sigla LGBTQ+, 245 giovani non ne hanno idea e 354 non ne sono sicuri. Il 71% ha ben chiaro cosa significhino differenza di genere, sesso e orientamento sessuale, ma 427 ragazzi non sanno niente di omobitransfobia e 354 non ne sono affatto certi.

I commenti

“Docenti e studenti risultano allineati, quasi alleati. Come a segnare una volta di più il passo lento del dibattito politico”, osserva Marco De Rossi, fondatore di WeSchool. Non sempre proprio allineati. «Credo che l’omobitransfobia sia uno degli argomenti che dovrebbe essere più trattato nelle scuole, ma è il meno trattato di tutti. L’altro giorno ne ho parlato con un professore e mi ha risposto io cercherei un altro argomento invece che questi soggetti scorretti”, racconta qualcuno. “Io vorrei che diventasse una materia, o comunque ci fossero dei corsi perché molti miei compagni sono omofobi”, denuncia un altro. «Voto per la normalizzazione del chiedere i pronomi di una persona al primo incontro», un altro ancora. Si registrano anche timori, contrarietà, qualche bocciatura volgare, ma sono voci più rare. «Non ne vedo il bisogno. Includere e accogliere è tutto quel che si può fare; parlarne per me è già un mezzo per discriminare» è il commento, anonimo, incluso in una delle risposte.

Le aggressioni fisiche e verbali

Dalla survey di WeSchool sembra che gli episodi di omofobia o comunque di attacchi personali per temi legati all’identità LGBTQ+ siano ridotti, confinati a una minoranza. Ma i numeri dell’indagine raccontano anche storie di grande difficoltà. Il 18,6 % degli intervistati ha vissuto momenti di esclusione o addirittura di attacco all’interno delle mura scolastiche. “Per i docenti è difficile parlarne perché si tratta di argomenti delicati e non sempre codificati dai libri di testo, ma in realtà il contesto adatto c’è già, con il nuovo insegnamento obbligatorio dell’Educazione civica – conclude De Rossi -. A partire da settembre formeremo i prof interessati e forniremo i contenuti per affrontare questi argomenti, sempre nel rispetto dell’autonomia della missione educativa del docente, che deciderà come e se portare il tema in classe”.

Il questionario distribuito a scuola e via social

Fonte: Repubblica

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