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La Turchia ha un obiettivo non dichiarato ma esplicito, in Libia e nel Mar Mediterraneo: estromettere del tutto l’Italia a proprio vantaggio. L’interesse nazionale di Ankara prevale, ovviamente. Ma adesso Roma è anche entrata nel mirino turco. Imperativo tassativo, dopo le parole di Mario Draghi all’indirizzo del presidente (“Erdogan dittatore”). La capriola strategica operata su quel doppio fronte è un dato ormai acquisito, da parte di Ankara. Oggi realtà ancora più evidente, dopo la visita dell’intero governo libico (presente con 14 ministri) nella capitale alla Corte del Sultano.

E Recep Tayyip Erdogan, accogliendo la corposa delegazione guidata dal nuovo premier di Tripoli, Abdelhamid Dbeibah, ha fissato i cardini dell’accordo: “Continueremo il nostro sostegno militare alla Libia. L’accordo sui confini del Mediterraneo è confermato e ha portato stabilità nella regione”.

Dichiarazioni che hanno messo in allarme diversi Paesi europei e molti di quelli nell’area interessata, che contestano i limiti marittimi imposti da Erdogan d’intesa con i governanti libici. Ma sarebbe impensabile oggi un ritiro delle truppe turche, adesso foraggiate anche con l’arrivo di mercenari siriani, mentre Ankara rafforza con Tripoli pure la cooperazione strategica ed economica.

Italia, Francia, Israele, Grecia, Egitto paiono tramortiti dalla presa formidabile del Sultano sul Mediterraneo, territorio fluido che sta conquistando pezzo per pezzo. E non è un caso che ieri mattina, prima dello spostamento del governo libico nel pomeriggio verso la Turchia, si sia presentato a Tripoli il ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias. La Grecia torna in Libia riaprendo la sua ambasciata nella capitale dopo sei anni, e presto un consolato a Bengasi, rilanciando un dialogo bilaterale che si era fermato. Gli altri, tutti in attesa degli sviluppi dall’incontro di Ankara.

Il governo libico si è trasferito in Turchia per due giorni, oltre ai 14 ministri, con 5 vicepremier, il capo di stato maggiore e una sfilza di alti funzionari, ciascuno impegnato in colloqui con le controparti per definire nel dettaglio le intese sui singoli capitoli.

Erdogan ha subito incassato la conferma del memorandum d’intesa siglato nel novembre del 2019 sulla demarcazione dei confini marittimi nel Mediterraneo, sponda chiave per le ambizioni turche sulle risorse energetiche contese. Cinque poi i nuovi accordi di cooperazione in diversi settori economici.

Nutrito il capitolo diplomatico e militare: riapertura del consolato a Bengasi, supporto militare a 360 gradi ribadito dal ministro della Difesa turco Hulusi Akar e chiarito a tutti dallo stesso Erdogan. “Il nostro sostegno alla Libia ha impedito la caduta di Tripoli, evitato nuovi massacri e mantenuto il cessate il fuoco. Assicuriamo il sostegno nella ricostruzione della struttura militare libica. La priorità è adesso estendere a tutto il Paese la sovranità del governo di unità nazionale”. Gli accordi da firmare riguardano la ricostruzione di molte aree del Paese distrutte dalla guerra, e in particolare dell’aeroporto di Tripoli. Tutta materia nelle mani delle imprese vicine a Erdogan, già sperimentate nei progetti faraonici lanciati vent’anni fa all’inizio della sua era al potere.

Dbeibah non ha potuto far altro che ringraziare: “Siamo grati alla Turchia per il supporto che ha fornito perché la Libia potesse raggiungere un cessate il fuoco duraturo. Siamo desiderosi di sviluppare la collaborazione in ambito energetico”.

In Italia le prime reazioni politiche manifestano disagio per i rapporti correnti con la Turchia. Molti nei giorni scorsi hanno plaudito alle parole di Draghi, capace di esprimere un pensiero fermo nella testa di alcuni esponenti europei, ma mai esplicitato da nessuno con tanta franchezza. Il malcontento riguarda però la piega che sta prendendo la situazione in Libia e nel Mediterraneo. “Io ascolto con grande interesse le parole di Mario Draghi contro Erdogan – dice ad esempio la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni – però mi aspetto che sia consequenziale: che vada in Europa e che dica che l’Italia intende porre la questione della revoca alla Turchia dello status di candidato all’ingresso nell’Ue. Se lo fa, gli farò un applauso”.

E aggiunge sul vertice di Tripoli, Giuliano Pisapia, europarlamentare per il Partito democratico: “Le dichiarazioni di oggi di Erdogan a margine dell’incontro con il Premier libico Dbeidah sono un autentico atto ostile contro l’iniziativa Onu e dell’Unione Europea. La sua volontà di continuare il sostegno militare non può che creare preoccupazione e gettare ombre oscure sul futuro del processo di pacificazione di quei territori”.

Fonte: Repubblica

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