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185333976 d2bef2a8 42fc 4d93 a2b7 46a5c6347e50 - L'impero dei Compro oro che puntava anche alla quotazione in Borsa

Vetrine tappezzate con mazzette da 50 euro, Rolex e scritte a caratteri cubitali “subito in contanti, fino a 69 euro al grammo”. Hanno colonizzato le città. Sono spuntati a Roma, a Milano e a Torino, con decine di negozi. Aperti sette giorni su sette con orario continuato, pronti ad acquistare tutti i tipi di preziosi, persino gioielli e lingotti danneggiati e rotti. Una calamita per la massa di disperati che la pandemia ha ridotto sul lastrico e che sono costretti a cedere i piccoli tesori di casa per andare avanti.

La conquista del mercato senza autorizzazioni

Ad agosto sono sbarcati a Roma e in meno di un mese hanno creato 29 punti vendita “Oro più Italia” sparsi tra quartieri popolari e zone di passaggio. Altri 25 li hanno aperti a Torino, sette durante l’estate, un’espansione vertiginosa che ha toccato anche Milano dove sempre ad agosto è stata aperta una terza filiale, in una delle zone più eleganti della città, la centrale piazza Wagner. Nella capitale hanno chiuso i contratti di affitto dei locali con una promessa di acquisto senza anticipare nemmeno un soldo ai proprietari, anche loro in difficoltà per il Covid. Peccato che la colonizzazione sia avvenuta senza rispettare la legge: niente autorizzazione, neppure una comunicazione alla Banca d’Italia. Per questo il questore Carmine Esposito ne ha ordinato la chiusura a settembre, così com’è accaduto a Torino e a Milano due mesi dopo, dove le squadre investigative della Divisione PAS delle rispettive questure hanno interrotto l’attività di tutte le sedi.

Quasi sessanta negozi chiusi per violazione delle norme e mancanza di licenze. “Carenze di adeguate misure di sicurezza e di condizioni igieniche”, si legge nel provvedimento emesso dalla questura di Milano e firmato dall’ex questore Sergio Bracco lo scorso 24 novembre. Ma soprattutto, i negozi “erano tutti privi di autorizzazione per il commercio di preziosi e della comunicazione all’Organismo degli agenti e mediatori”.

“Aqua Italia” non si è arresa e ha presentato ricorso al Tar del Lazio e della Lombardia, perchè lamenta perdite di milioni di euro. Ma il tribunale del Lazio ha già respinto la richiesta di revoca del primo provvedimento, quello emesso a settembre della questura di Roma, mentre è ancora in fase istruttoria il procedimento davanti al Tar lombardo.

Pregiudicati e insospettabili dietro il business dell’oro

Nei mesi in cui i “compro oro” hanno lavorato gli affari sono andati a gonfie vele, con la coda di persone obbligate a vendere catenine e anelli d’oro, alimentando un business milionario che sfrutta il loro impoverimento. Ad arricchirsi poi sono gli stessi che hanno già evaso il fisco e fatto ricettazione proprio con l’attività di compro oro. Perché dietro il marchio “Oro più Italia” si nasconde Andrea Fisichella, già condannato nel 2018 in via definitiva a due anni e nove mesi nell’inchiesta “Goldfinger” del pm di Busto Arsizio Nadia Calcaterra e della Guardia di Finanza di Legnano, per una maxi-evasione fiscale da 3,7 milioni di euro e false fatture, realizzata proprio attraverso una catena di negozi di compro oro. Sui social ammicca da yacht di lusso e mostra orgoglioso un tattoo di Papa Francesco. Non compare mai nella gestione di “Oro più Italia”, ma il marchio è controllato proprio dalla sua Aqua Italia. Fisichella è ancora socio del “re dei compro oro” Mirko Rosa, che aveva creato una rete di negozi in tutta la Lombardia. Famoso per il suo corpo coperto di tatuaggi fino alla testa rasata e per i muscoli da culturista, anche Mirko Rosa è stato condannato nell’inchiesta “Goldfinger”. Lui e Fisichella hanno il 40% di General Management, che controllava la rete di Compro Oro smantellata dall’indagine Goldfinger. Il restante 20% è di Matteo Jacopo Schillaci, coinvolto anche lui nell’inchiesta, gestore di un “Oro Facile” a Monza, il primo nodo di un’altra ragnatela di undici negozi tra Roma e Padova pronti a cavalcare la crisi. Quando c’è da chiedere la licenza alla questura di Milano nel maggio 2019 si presenta Sara Lanteri, nata a Malaga ma residente a Milano. La stessa con cui si scambiano i ‘like’ sui social e che per fronteggiare le recensioni negative di clienti delusi dalle quotazioni molto diverse da quello che promette la pubblicità, si finge cliente. E, senza dire di far parte dell’azienda, scrive: “Stamattina sono passata nel negozio di viale Cassala con un bracciale che era di mia madre, la ragazza molto gentile mi ha fatto un ottimo prezzo anche se il bracciale era rotto”. A firmare invece la dichiarazione che certifica “il possesso dei requisiti morali” per l’esercizio dell’attività, depositata alla camera di commercio di Milano, è il volto pulito del cavaliere della Repubblica Franco Antonio Pinardi, 56 anni. Elenca online una lunga lista di cariche e qualifiche: presidente nazionale del Tribunale arbitrale per l’impresa, il lavoro e lo sport; segretario generale della Confederazione unitaria giudici italiani tributari e di quella dei giudici di pace; segretario Generale della confederazione giudici di pace, presidente del Consorzio nazionale Leader per la promozione e lo sviluppo delle imprese, ma dimentica la presidenza del cda di “Oro più Italia”.

Il sogno della quotazione in Borsa

“Sono il presidente del consiglio di amministrazione – ammette Pinardi contattato da Repubblica – La nostra attività è pulita al 100 per cento, volevamo estenderla anche in Europa ma ci è stata fatta saltare la società proprio quando eravamo pronti per la quotazione in Borsa”. Il fatto che la società sia di proprietà di un pregiudicato come Fisichella non crea problemi al cavaliere. “Fisichella è azionista di maggioranza, so che ha avuto dei problemi, ma si è rivolto a me perché è rimasto col cerino in mano nella situazione precedente, mi ha detto che ha subito una condanna e che voleva ripartire. Se ha scontato il suo debito ha tutto il diritto di farlo. Fisichella ha un grandissimo ingegno e ha un sacco di nemici. Ha grandi potenzialità in questo settore, infatti eravamo pronti alla quotazione in borsa”. E in effetti prima dello stop delle questure, il business era decollato vertiginosamente. A Roma “Oro più Italia” in un mese ha messo in piedi un impero. Ogni volta che si presenta un cliente i 30 commessi assunti a chiamata tramite agenzia interinale allertano i sette capi zona che si presentano in scooter con lo zainetto sulle spalle. Un meccanismo simile a quello emerso dagli accertamenti della questura a Torino. Un sistema considerato illecito dalla polizia amministrativa. All’interno il necessario per concludere l’acquisto: bilancini di precisione, non certificati, reagenti chimici, piastre abrasive, calcolatrici e soprattutto gruzzoli di contante. Pronti a pagare cash – secondo quanto ricostruito dalla divisione Amministrativa della Polizia, guidata da Angela Cannavale – anche oltre i 500 euro previsti dalla normativa antiriciclaggio. Valutazioni e pesature approssimative che sono ritenute una manna per i ricettatori. Inoltre gli ori che prendono subito la strada della sede centrale a Milano, nonostante la legge preveda che debbano restare dieci giorni in negozio prima di essere fusi. “La nostra è una nuova forma di business, i ragazzi in scooter non sono corrieri – insiste Pinardi -. Abbiamo subito un attacco da chi non ha sopportato che a Roma avessimo aperto ad agosto venti e passa negozi..”.  Anche nei negozi milanesi, dietro la mirabolante pubblicità dell’acquisto a 69 euro al grammo, c’è una realtà molto diversa. Nei giorni di apertura, prima dello stop della Divisione Pas della questura, fuori dal negozio di viale Cassala, al confine tra centro e periferia di Milano, in appena un quarto d’ora cinque persone sono in attesa. Giovani, immigrati, madri di famiglia. A dispetto della quotazione lasciata immaginare sulle vetrine e nei volantini diffusi in metropolitana, i clienti dicono che viene sottratto anche un 30 per cento dal valore dei preziosi, giustificato con la «lega metallica» che sarebbe presente nei gioielli. «Ho portato una collana d’oro di mio figlio – è il racconto di un cliente -. Non pagano più di 33 euro al grammo».

Fonte: Repubblica

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