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ROMA – Una nazione da meno di tre milioni di abitanti è diventata il baluardo contro le autocrazie: non solo le vicine Russia e Bielorussia, ma anche la più lontana Cina. Ex Repubblica sovietica, oggi membro Ue e Nato, la Lituania dà rifugio agli oppositori in fuga dalla repressione di Aleksandr Lukashenko e di Vladimir Putin e ha sfidato più volte il regime di Pechino.

“Vorremmo che i nostri vicini orientali credessero nei diritti umani e nella libertà di parola, ma non solo non la pensano come noi, ma stanno ripristinando i metodi di settant’anni fa che per noi sono un ricordo ancora vivo. Io stessa, con i miei 46 anni, ho 15 anni di memoria dell’Urss. Quanto basta per dire “Mai più””, commenta a margine della sua visita in Italia Ingrida Šimonyte, la premier a capo della coalizione liberal-conservatrice che si è insediata a Vilnius un anno fa promuovendo una “politica estera basata sui valori”.

La repressione di Minsk e la crisi migratoria al confine con la Bielorussia

Primo ministro, la Lituania è stata tra i più accesi sostenitori dell’opposizione bielorussa. Date asilo a Svetlana Tikhanovskaja e a numerosi oppositori. E dopo il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius e la crisi migratoria al confine, avete sottolineato più volte che chiunque è in pericolo a causa del comportamento di Lukashenko. Pensa che la risposta Ue sia stata efficace?

“Il fatto che Lukashenko inventi sempre più metodi per cercare di fare pressione sull’Unione Europea dimostra che la reazione Ue sta funzionando. Le sanzioni economiche stanno colpendo settori molto importanti per Minsk e sono state decise molto velocemente in seguito al dirottamento Ryanair. È un bene che questa reazione sia stata immediata. Per noi non era solo una questione di principio. Circa cento nostri cittadini erano a bordo del volo dirottato. Il dirottamento ha reso evidente a molti Paesi Ue la brutalità del regime di Lukashenko. Le pressioni sul suo popolo, la società civile imbavagliata, la gente messa in galera non erano più solo un fatto teorico. Un aereo proveniente da una capitale europea e diretto verso un’altra capitale europea con a bordo cittadini di diversi Paesi Ue è stato fatto atterrare a Minsk perché Lukashenko voleva arrestare un passeggero. Di colpo la repressione è diventata un concetto molto chiaro a qualsiasi governo dell’Unione Europea”.

Ha accusato Lukashenko di usare i migranti come “arma politica” per rappresaglia alle sanzioni Ue e all’asilo da voi dato a Tikhanovskaja e altri oppositori. Quali prove avete del coinvolgimento di Minsk nella nuova crisi migratoria?

“Cominciamo dal principio. Prima che Lukashenko dirottasse il volo Ryanair Atene-Vilnius per arrestare Protasevich, benché avessimo relazioni bilaterali limitate, le nostre guardie di frontiera cooperavano. Dopo il dirottamento e le sanzioni Ue, Lukashenko ha dichiarato che “avrebbe inondato la Ue di droga e migranti” e in un paio di giorni abbiamo visto il numero di accessi aumentare e gli agenti di frontiera smettere di cooperare del tutto. Non solo non rispondevano alle nostre richieste, ma nascondevano le impronte lungo il confine. Ci sono molti video che mostrano mezzi di trasporto bielorussi portare i migranti al confine. C’è stato persino il caso di agenti in tenuta antisommossa che hanno attraversato illegalmente la frontiera per spingere iracheni nel nostro territorio. Agenzie di viaggio vicine al regime collaborano inoltre con i tour operator dei Paesi di origine. Le prove, insomma, sono numerose. Ma quello che Minsk cerca di fare è sovvertire la storia. È così che funziona la propaganda della Bielorussia e anche del Cremlino: accusano le democrazie occidentali di fare quello che fanno loro stessi. Ci accusano di riscrivere la storia, ma sono loro a farlo. Negano ad esempio il patto Molotov-Ribbentropp o sostengono che i Baltici volessero aderire all’Urss, cosa mai successa. E ora ci accusano di spingere i migranti in Bielorussia e sostengono di proteggere il loro confine, quando sono loro che mettono in pericolo vite umane per loro tornaconto”.

Temete che Minsk possa strumentalizzare la crisi afghana per alimentare nuovi flussi migratori al vostro confine?

“Potrebbe succedere. In passato, da quel che so, saranno arrivati circa 18 afghani su 4mila migranti già prima che i talebani prendessero il confine. Lukashenko proverà ad alimentare anche questa rotta. Da quello che sappiamo, sta inviando suoi emissari in molti Paesi, come Pakistan, Libia, Siria e diversi Stati africani, per siglare accordi di volo”.

La Lituania ha iniziato a costruire una barriera lungo i 550 chilometri di confine e di recente ha approvato una legge che prevede la detenzione di massa dei migranti e limita il loro diritto di appello. Il provvedimento ha sollevato le obiezioni delle organizzazioni umanitarie e la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovi?, le ha inviato una lettera chiedendo che la risposta alla crisi migratoria rispettasse gli obblighi umanitari. Com’è compatibile un muro con la vostra politica estera basata sui valori?

“Innanzitutto vorrei chiarire che questa crisi migratoria non ha nulla a che fare con guerre o cataclismi. Quando nell’agosto 2020 la gente ha iniziato a fuggire dalla repressione in Bielorussia, abbiamo aperto i nostri confini. Quello che sta accadendo ai nostri confini e ai confini della Polonia e della Lettonia, è una storia completamente diversa. Mi spiace molto per i migranti che vengono utilizzati come strumento. Arrivano in Bielorussia muniti di visto, come regolari turisti. Possono presentare regolare richiesta di asilo, ma non possono attraversare i confini a caso, altrimenti i confini perdono rilevanza. È un equilibrio molto delicato quello tra l’obbligo di presidiare il confine dell’Unione europea e l’obbligo di rispettare i diritti umani. Ma penso che stiamo facendo del nostro meglio per implementare entrambi allo stesso tempo. Sì, ho ricevuto la lettera di Mijatovic e penso di aver fatto del mio meglio per spiegarle che cosa sta succedendo. So che molti sostengono che attraversare qualsiasi confine è una sorta di diritto assoluto. Ma non credo di essere d’accordo. Ci sono circostanze in cui c’è un pericolo reale per la vita e la salute di una persona. E poi c’è questo flusso orchestrato”.

Come altra rappresaglia, Lukashenko ha iniziato a dirottare i cargo bielorussi dal vostro porto di Klaipeda e le nuove sanzioni le spedizioni  Ue mettono a rischio le spedizioni di potassa bielorussa. La minaccia per il porto di Klapeida ha diviso i parlamentari lituani. Alcuni sostengono che la linea dura contro Lukashenko sia un atto di autolesionismo. Come replica?

“Qualche mese fa un carico di prodotti petroliferi è stato dirottato verso la Russia, ma il mondo non è crollato. Quando si ha a che fare con regimi, con Paesi senza uno stato di diritto, devi sempre calcolare un rischio. Anche in assenza di sanzioni, non sai mai se un giorno il regime non cambierà improvvisamente idea e deciderà di volerti punire. Ma non penso che dovremmo barattare i nostri principi per un carico di potassa nel nostro porto”.

La repressione in Russia

Oltre a Tikhanovskaja, date asilo a Leonid Volkov, braccio destro di Navalnyj, e a numerosi oppositori russi. Lei ha definito il North Stream 2 “un errore” e il vaccino Sputnik V “un’arma ibrida”. Come vivete la vicinanza con la Russia? Il 2014 vi ha messo in allarme?

“A livello interno, l’allarme è stato relativo, perché siamo preoccupati da sempre per quello che succede nel nostro vicino. E, insieme ai Baltici, eravamo etichettati come “paranoici”. Non eravamo, non siamo paranoici. Non è solo la nostra storia a farci stare sull’attenti, ma monitoriamo quello che accade e lo facciamo da molto vicino. E sfortunatamente la trasformazione della Russia in una “Unione sovietica 2.0″ è più veloce che mai. La narrazione ricorrente è la stessa che sentivo quand’ero una studentessa sovietica: l’idea di un grande Paese che ha vinto Hitler. Non si parla di economia, non si parla di sanità, non si parla di istruzione, né di scienza. Mosca insiste sul passato perché non ha traguardi nel presente né per il futuro. Quello che abbiamo ottenuto a livello interno, è stato che non c’è più dibattito sull’opportunità di destinare il 2% del Pil alla difesa. Ma il più grande campanello d’allarme è stato per i nostri partner Ue e Nato che, fino al 2014, nutrivano l’illusione che i confini non venissero più ridisegnati nel 21° secolo. Purtroppo non è così”.

La Lituania è in prima linea anche nella lotta alla disinfomazione dei “troll” russi. La vostra strategia si basa su una inusuale collaborazione tra militari e civili. La Ue dovrebbe prendervi a modello? Alcuni temono il coinvolgimento delle istituzioni e il rischio di censura. Come rispondete a queste preoccupazioni?

“Non è facile distinguere tra  ciò che è solo un’opinione che qualcuno vuole esprimere e ciò che è una bugia diffusa intenzionalmente. C’è sempre un equilibrio delicato perché abbiamo vissuto sotto la censura, sappiamo che cos’è. C’era un’istituzione che censurava la stampa e la tv nell’Unione Sovietica. E quindi siamo piuttosto sensibili al riguardo. La libertà di parola è stata una grande conquista con l’indipendenza. È difficile stabilire il confine. Ma, con la loro esperienza, le nostre istituzioni che monitorano la situazione riescono facilmente a riconoscere gli schemi e a distinguere un’opinione da un flusso di bugie orchestrato da qualcuno al di fuori del Paese”.

Tutti gli oppositori russi sono in carcere o in esilio. La Ue può fare di più in vista delle parlamentari del 19 settembre?

“La repressione è diventata routine. Una volta gli oppositori sono agenti stranieri, un’altra estremisti o terroristi. Non puoi ripetere lo stesso mantra a ogni folle legge approvata dalla Duma. Perché questa “stampante pazza” vara senza sosta leggi pensate con un solo obiettivo: reprimere le persone che hanno opinioni dissenzienti. Ma in questa routine, alcuni colleghi credono che, se le sanzioni non funzionano, dovremmo cambiare strategia. C’è stata la proposta di ripristinare incontri d’alto livello con la Russia, ma l’abbiamo fermata. Sì, potrebbero esserci temi di interesse comune di cui sarebbe necessario discutere. Ma non si può dare il segnale che certi comportamenti paghino”.

L’importanza dell’Alleanza Nato

Siete tra i più grandi sostenitori della Nato. Quant’è vitale per voi l’Alleanza atlantica? Siete pronti per Zapad 2021, le esercitazioni congiunte Russia-Bielorussia che inizieranno questa settimana?

“Con i partner Nato, siamo allineati in vista delle manovre. In generale, penso che non ci sia da stupirsi che siamo tra i più grandi sostenitori dell’adesione all’Unione Europea e alla Nato perché il ricordo dell’occupazione sovietica è ancora vivo. Sono passati solo 31 anni. Capiamo che dobbiamo far parte di qualcosa di più grande per sentirci più sicuri. In un certo senso, non siamo mai stati così al sicuro come lo siamo oggi. Allo stesso tempo, la situazione al nostro confine Est sta cambiando e sta cambiando in maniera non positiva. Perciò la Nato è di cruciale importanza”.

Sostenete l’Ucraina fornendo addestramento e assistenza sanitaria per i militari, nonché sostegno politico. Sostenete anche l’adesione di Kiev alla Nato?

Bene, siamo sostenitori della politica della porta aperta. E questo vale non solo per l’Ucraina o la Moldova, ma vale anche per i Balcani occidentali, ad esempio, perché crediamo che non esista una terra di nessuno. Voglio dire, se questa non è l’area dello stato di diritto, della libertà di parola, dei diritti umani e della proprietà privata, allora sarà  un’area di qualcos’altro. E questo qualcos’altro, penso che sia una visione del mondo che non è molto produttiva per i popoli e per noi come vicini. Quindi sì, siamo sostenitori della politica della porta aperta nella Nato e nell’Unione Europea.

La sfida alla Cina

Avete abbandonato il formato 17+1 che riuniva Cina e 17 Paesi del Centro ed Est Europa. Avete riconosciuto il trattamento riservato da Pechino agli Uiguri come “genocidio” e aperto un ufficio di rappresentanza a Taiwan. Perché avete deciso di sfidare la Cina?

“Non vogliamo dimostrare nulla a nessuno. Prendiamo il 17+1, abbiamo solo valutato che non era molto vantaggioso e che avevamo due possibilità di trattare con la Cina. Il primo: a livello bilaterale, ma valido solo in una certa misura. Il secondo, più efficace su temi importanti: i 27 della Ue+1. E alcuni Paesi membri sono solidali con quest’approccio”.

All’apertura dell’ufficio a Taiwan, la Cina ha risposto richiamando il suo ambasciatore a Vilnius ed espellendo il vostro. Non temete sanzioni economiche?
“Vorrei risolvere tutti i malintesi, quando ce ne sono, con il dialogo. Ma per nostra esperienza, ad esempio con Mosca e Minsk, sappiamo che in alcuni casi subisci sanzioni non dichiarate, come controlli doganali. Spiace che alcuni Paesi utilizzino questi metodi. Ma non puoi abdicare ai tuoi principi per questo”.

La parità di genere

Insieme a Danimarca, Finlandia, Germania ed Estonia, la Lituania è l’unico Paese della Ue ad avere un capo di governo donna. Ha nominato uno dei governicon più parità di genere nell’Est. Ma gli indicatori della parità non sono ai massimi livelli. Come si sta impegnando per promuovere l’uguaglianza tra i due sessi nel Paese?

“C’è un modo soft ed è l’esempio: dimostrare alle donne che tendono a dubitare delle loro capacità e a essere ipercritiche che possono farcela. Non solo, cambiare la mentalità dei genitori e incoraggiare le ragazze sin da piccole ad andare oltre gli stereotipi e inseguire i sogni che vogliono. Ma ovviamente, come in tanti altri Paesi, compresi quelli scandinavi all’avanguardia, c’è ancora un prezzo da pagare professionalmente per la maternità. Ed è un problema da affrontare anche su scala europea”.

Fonte: Repubblica

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