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092441670 ecf2553e 0305 4d5a 9356 d28f8ca0738e - L'ombra della Cina sul voto dei tibetani in esilio

BANGKOK – E’ tempo di voto per i tibetani che vivono esuli tra India, resto dell’Asia e Occidente. Non sono molti, circa 80mila registrati ufficiali, ma dal 3 gennaio sono chiamati a rieleggere il loro “Governo in esilio” per una missione politica che riguarda anche i 6 milioni di compatrioti all’interno del Paese occupato dalla Cina, nella remotissima eventualità di una riunificazione sotto la guida spirituale e non più politica del Dalai lama.

La preoccupazione di Delhi

Mai come in questa epoca del resto i tibetani hanno avuto un peso così importante per il governo indiano che li ospita da 62 anni. Delhi è preoccupata per l’avanzare delle truppe cinesi con le quali l’esercito si è scontrato più volte lungo le confuse e impervie frontiere himalayane ed è disposta – come ha fatto il Congresso degli Stati Uniti di recente – a sostenere sempre più apertamente la causa di un popolo che era stato per millenni un pacifico confinante e prima dell’invasione fu abbandonato al suo destino sotto la Cina comunista.

Tenzin Gyatso, considerato XIV reincarnazione terrena della divinità compassionevole Cenrezi, ha lasciato i suoi incarichi di “Re spirituale e temporale” del Tibet quando nel 1959 fu costretto a fuggire dal grande Palazzo del Potala di Lhasa. Lì risiedevano anche il suo governo e il Consiglio di saggi del “Kashag” che a quel tempo non venivano eletti. Da allora e per altri 52 lunghi anni ha guidato dalla sua residenza indiana, specialmente a Dharamsala, l’amministrazione costituita in esilio per “governare” i primi 100mila fuggiti con lui attraverso l’Himalaya e i loro discendenti nati profughi, oggi sparsi in vari continenti.

Un vero Parlamento

Suo compito era tenerli uniti e aiutarli laddove possibile, ma nel 2011 il Dalai si dichiaro’ un “semipensionato” e decise che i tempi per l’elezione democratica di un “civile” capace di occuparsi delle cose più materiali erano ormai maturi, lasciando carta bianca al Kashag e allo Sikyong, figura tra presidente e primo ministro. Per sé stesso tenne solo la guida delle anime e della causa culturale tibetana nel mondo, autorizzando regolari elezioni per rinnovare oltre al premier anche il Kashag trasformato in un vero e proprio Parlamento con 45 deputati.

Il primo a ricoprire l’incarico di Sikyong stravincendo per due mandati consecutivi fu un alto lama ovviamente fedelissimo del Dalai. Ma nelle due ultime elezioni è stato scelto un civile esperto di leggi dall’università di Harvard, Lobsang Sangay, più indipendente anche se inevitabilmente condizionato dalla sua venerazione per il leader spirituale, come lo sono del resto tutti gli altri 5 candidati giunti all’esame finale degli elettori.

Lobsang, che non può essere ricandidato una terza volta, ha sintetizzato in una frase il tipo di sfida in gran parte ideale che la comunità esule lancia al nemico storico. “Con il voto stiamo inviando un messaggio chiaro a Pechino: il Tibet è sotto occupazione, ma i tibetani in esilio sono liberi. Ci è data una possibilità, un’opportunità (di scegliere) e preferiamo la democrazia “.

Gli esuli hanno preso la competizione con tanta serietà che un rispettato insegnante si è andato a prostrare tre volte davanti all’immagine del Dalai lama per espiare la colpa di “non aver capito bene” il nome pronunciato da un votante illetterato al quale aveva fornito la sua assistenza al seggio. Per questa infrazione al codice etico dello scrutatore, tutti i 192 elettori di una comunità tibetana del Ladakh dovranno tornare alle urne sotto alla neve.

Delle 45 poltrone del Kashag i tibetani che vivono nel subcontinente indiano avranno la quota maggiore in quanto rappresentanti delle tre province tradizionali del Paese delle nevi con 10 deputati ciascuna. L’influenza del clero non è eccessiva e le quattro principali scuole di buddismo oltre a quella dell’antico Bon hanno appena due seggi a testa.

La particolarità del voto di oggi è che per quasi il 50% gli aventi diritto ormai vivono fuori dall’India e la loro presenza in Parlamento sarà solo simbolica, con due deputati cadauno per l’Europa e le Americhe e uno per l’Australasia a rappresentare le esigenze della diaspora più lontana distribuita in 30 paesi. Le procedure seguono la particolarità di queste elezioni dove chiunque poteva candidarsi possedendo certi requisiti minimi. Alla fine sono rimasti 6 nomi in lista per la carica più alta tra i quali una sola donna. Se uno di loro ottiene più del 60% dei consensi dalle urne del 3 gennaio, sarà dichiarato automaticamente eletto, ma è più probabile che si arriverà in aprile a un ballottaggio tra chi ha ricevuto più voti.

Una rete di spie

Nel frattempo Pechino non resta a guardare. Pochi mesi fa è stata scoperta una rete di spie che controllava i tibetani esuli e segue anche tutti i post online di quella che chiama “la cricca separatista del Dalai lama”. Lhundup Dorje, nomade di un villaggio della prefettura tibeto-cinese di Golok, è stato arrestato dopo aver fatto sul suo account Weibo gli auguri di buon anno al governo in esilio. Ma la situazione peggiore la vivono i profughi residenti in Nepal, dove i ripetuti avvicinamenti dei governi comunisti alla Cina li costringono a una vita di semi-clandestinità.

Solo nel 2016 tutto filò liscio, mentre 5 anni prima le schede vennero tutte confiscate. Domenica scorsa la polizia nepalese è tornata a usare il pugno duro e ha arrestato cinque tibetani poi rilasciati, tra i quali un giornalista della RFA e il capo della colonia di esuli della regione di Boudha per aver tenuto elezioni considerate illegali.

Fonte: Repubblica

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