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KABUL – Un’ampia bordura di rose fucsia circonda il palazzo che fu del generale Abdul Rashid Dostum, vice presidente dell’Afghanistan dal 2014 al 2020 ed ex feroce signore della guerra accusato negli anni Novanta di ogni misfatto, scappato con l’arrivo dei talebani forse in Turchia. Siamo nel centralissimo “quartiere dei ladri”, così chiamato perché qui negli ultimi vent’anni sono spuntate le ricche dimore di chi è riuscito a stornare parte dei munifici aiuti dell’Occidente al Paese. Come appunto Dostum, uomo dalle cento alleanze, stupratore seriale ed esperto torturatore, che grazie al suo migliaio di miliziani è riuscito a scalare i vertici dell’amministrazione del presidente “democratico” Ahraf Ghani, anche lui in fuga dallo scorso agosto.

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(afp)

Il cancello è sovrastato dal mosaico di un sole nascente e presidiato da tre cerberi talebani con i quali, prima di riuscire a varcarlo, siamo a costretti a lunghe ed estenuanti trattative. Dopo quasi tre ore, scortati da Rahman, un giovane taleb disarmato e sorprendentemente sorridente, penetriamo in una reggia traboccante di ori, specchi, mobili in legni rari e pregiati, suppellettili di ogni forma e dimensione. Al suo confronto, le pur pacchiane ville dei camorristi e dei Casamonica appaiono disadorne come un convento francescano.

Percorriamo un lungo corridoio che ci porta nel primo di una serie di salotti, tutti collegati tra loro, simili per la quantità di solenni divani che ne riempiono lo spazio, ma diversi per la tonalità degli smisurati e preziosissimi tappeti di Kunduz che ne ricoprono il parquet.

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(afp)

Qui troviamo una ventina da talebani che sta pranzando: molti scomodamente accovacciati a piedi nudi su canapè ricoperti di raso; altri, decisamente più a loro agio, accomodati a terra, su uno splendido arazzo color crema dove sbriciolano biscotti da due lire in coppe di rame intarsiate di lapislazzuli colme di tè verde. Uno di loro s’è addormentato lungo un muro ricoperto di boiserie dorata, accanto a un antico vaso di porcellana cinese alto più del suo kalashnikov. Sopra la sua testa è incastonata una mappa dell’Afghanistan, con pietre dure di diversi colori che indicano ognuna una provincia. Dal soffitto, oltre a un grosso lampadario di Murano, un sistema di tubi neon illumina la stanza con luci stroboscopiche rosse, viola e azzurre.

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Dice Rahman: “La maggior parte di noi ha vissuto quasi sempre in montagna, spesso in condizioni di estremo disagio. Quando siamo entrati per la prima volta qui dentro eravamo quasi paralizzati dal tanto lusso. Poi, però, dentro di noi è cresciuta la rabbia per tutti quelli che come Dostum hanno rubato miliardi di dollari sottraendoli al popolo afghano”. Ma per i talebani il generale Dostum è colpevole di ben altri crimini: da sempre loro acerrimo nemico, nel 2001 si rese responsabile di un orrendo massacro, quando lasciò morire d’asfissia 2mila studenti coranici che aveva catturato e rinchiuso in dei container abbandonati sotto il sole nel deserto.

“La nostra lotta alla corruzione, al furto e alla smodata ricchezza parte da questo palazzo di quattro piani che era una volta abitato da un uomo solo e che oggi è diventato una caserma con più di 150 talebani”, aggiunge il giovane islamista, al quale facciamo però notare che negli ambienti che attraversiamo molte teche e molte credenze sono vuote, verosimilmente trafugate dagli stessi che dovrebbero combattere il ladrocinio. “Non è possibile”, commenta il taleb. “Noi non rubiamo”.

Questa caverna di Alì Babà esasperatamente kitsch è oggi il quartier generale di Qari Salahuddin Ayubi, che sovrintende il controllo militare delle province di Kabul, del Parwan, di Kapisa e del Panshir, quest’ultima strappata ai tagiki solo dieci giorni fa. Rahman ci porta poi nella serra tropicale, dove Dostum aveva sistemato il suo bar americano, in mogano scuro, dal quale sono stati ovviamente rimossi tutti i superalcolici. Ci mostra poi la profonda jacuzzi, le tre saune, la piscina interna e la stanza degli acquari, che sono una mezza dozzina, giganti e pieni di splendidi pesci provenienti da mari lontani. In mezzo a tanta opulenza, dove però serpeggia ovunque la volgarità, s’aggirano decine di talebani frastornati, che ancora non riescono ad assuefarsi allo sfarzo del palazzo.

Chiediamo a Rahman di commentare una delle notizie del giorno: il nuovo esecutivo ha finalmente varato l’annunciata amnistia generale per chi ha collaborato con l’ex governo e le forze straniere. Nella misura rientrano anche militari e agenti di polizia, il che consentirà a molti di ritrovare un impiego e uno stipendio, frenando così la massiccia emigrazione dal Paese. “È una misura indispensabile perché non siamo abbastanza numerosi per controllare una città come Kabul che oggi conta sette milioni di abitanti.

Le forze talebane dispiegate per il mantenimento della sicurezza saranno presto sostituite da pattuglie miste formate da agenti dell’ex governo e dai nostri combattenti che indosseranno tutti le uniformi della polizia”.

Intanto, nella lenta normalizzazione del Paese è giunta la conferma che alle donne che lo desiderano sarà permesso frequentare i corsi universitari, ma solo in un regime di separazione. “Le classi miste sono contrarie ai principi dell’Islam e della nostra tradizione, pertanto non saranno possibili nell’Afghanistan tornato emirato islamico dopo vent’anni”, ha dichiarato il ministro dell’Istruzione superiore del nuovo regime, Abdul Baqui Haqqani.

Sempre ieri, infine, nell’intento “di rafforzare le relazioni bilaterali e attirare più assistenza umanitaria internazionale”, è giunto a Kabul, il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Rahman Al-Thani. È stata la più importante visita diplomatica in Afghanistan da quando i talebani sono tornati al potere.

Fonte: Repubblica

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