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Mohammed Nasheed è stato il primo presidente delle Maldive eletto democraticamente. Divenne noto in tutto il mondo quando convocò il Consiglio dei Ministri a cinque metri sott’acqua con tanto di bombole, mute subacquee, scrivanie e sedie imbullonate fra la barriera corallina dell’atollo di Girifushi. Divenne così un portavoce globale della lotta al cambiamento climatico.

Dopo solo tre anni di governo, il colpo di stato di Abdulla Yameed lo costrinse però alla fuga ed all’esilio a Londra. Ma nel 2018, con l’elezione di Mohamed Ibrahim Solih e il ripristino delle libertà fondamentali, Nasheed riuscì a rientrare nel Paese e venne eletto presidente del Parlamento.

Pochi mesi fa l’ennesimo colpo di scena: una bomba, di matrice jihadista, attaccata ad una motocicletta è esplosa mentre stava entrando nella sua automobile nella capitale Malè. Ferito, è tornato a curarsi in Gran Bretagna a Bath, dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Presidente, che cosa sta succedendo nell’arcipelago delle Maldive? C’è un reale rischio jihadista?

“È triste, ma purtroppo c’è il rischio che l’estremismo jihadista metta le radici nel nostro arcipelago: si tratta di una piccolissima minoranza legata a ciò che resta dell’Isis. Vogliono sequestrare la nostra democrazia, ma falliranno. Hanno cercato di uccidermi, sono sopravvissuto e le posso assicurare che i 340mila abitanti delle Maldive, tutti musulmani sunniti, ripudiamo con decisione la violenza jihadista”.

Le Maldive sono sempre di più al centro di una forte competizione strategica fra Cina e India nell’Oceano Indiano. Qual è la sua opinione?

“Abbiamo sempre avuto una “relazione speciale” con l’India: mangiamo lo stesso cibo, leggiamo gli stessi libri, condividiamo la stessa cultura. L’India non è soltanto un nostro vicino geografico, ma è un Paese con il quale abbiamo in comune valori importanti: democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti umani fondamentali. Se posso riassumere in una sola parola: la nostra politica estera deve essere ispirata dal principio “India First”, prima l’India”.

L’ultimo presidente Abdulla Yameen aveva aperto le porte in modo significativo alla Cina: adesione delle Maldive alla Via della Seta, investimenti infrastrutturali…

“Sì, è cosi. Dopo il colpo di stato, il governo autoritario di Yameen ha cercato subito una sponda con Pechino. È stato anche siglato un accordo di libero scambio fra le Maldive e la Cina e i progetti finanziati all’interno della Via della Seta, fra cui il ponte fra la capitale e l’aeroporto sull’isola di Hulumale, hanno indebitato il Paese per 1,8 miliardi di dollari. È molto per un Paese come il nostro con meno di 9 miliardi di dollari di Pil. Il rischio di cadere in una “trappola del debito” è evidente”.

Che succede ora con l’insediamento di un nuovo governo democratico?

“Abbiamo cancellato l’accordo di libero scambio con Pechino e abbiamo riaperto un forte dialogo prioritario con Nuova Delhi, avviando anche forme di cooperazione economica finanziariamente più sostenibili. Le Maldive hanno scelto dove stare. Collaboreremo con tutti i Paesi democratici dell’area per realizzare un Oceano Indiano in grado di essere libero e aperto”.

Lo scorso settembre le Maldive hanno siglato un accordo di cooperazione nel settore delle difesa con gli Stati Uniti d’America. Che cosa ci può raccontare su quest’intesa?

“Le Maldive occupano una parte importante dell’Oceano Indiano, oltre mille chilometri, e dobbiamo tutelarci dai tentativi egemonici nell’area di regimi come quello di Pechino. Questo è il motivo del nostro interesse strategico a collaborare con i Paesi democratici e amici come gli Stati Uniti e l’India. Sono entrambi delle grandi democrazie che, lavorando insieme, possono contribuire a rendere l’Oceano Indiano più stabile e più sicuro. Nei prossimi mesi gli Usa apriranno anche la prima ambasciata della loro storia alle Maldive, nella nostra capitale Malè”.

Concludiamo da dove Lei ha iniziato. Lunedì l’Ipcc ha reso pubblico un rapporto drammatico che lancia un forte allarme sugli enormi rischi climatici che corre il pianeta. Le Maldive, come molti Paesi insulari, sono estremamente vulnerabili. Quali scelte vi accingete a compiere?

“L’ultimo rapporto Ipcc è estremamente chiaro: gli effetti devastanti del cambiamento climatico sono già in atto. Le alluvioni in Europa centrale, gli enormi incendi nella Grecia del Nord e in vaste aree delle Siberia, ci dicono che l’impatto della crisi climatica è molto peggiore di quanto potessimo prevedere. Molti Paesi insulari, come il mio, hanno speso molto in questi anni per costruire barriere difensive sulla costa, frangiflutti, reclamando e innalzando nuove terre dal mare.

Pensi al Bangladesh o a quasi tutti gli Stati insulari del Pacifico, dell’Atlantico e dell’Oceano Indiano: per realizzare questi investimenti si sono indebitati enormemente pensando di poter ammortizzare questi costi nel tempo. Ora la crisi climatica sta aggravando ovunque la situazione e il tempo a nostra disposizione è finito. Bisogna agire ora e servono scelte radicali e innovative. I Paesi industrializzati responsabili della maggior parte delle emissioni devono fare scelte molto più radicali: gli impegni di Parigi vanno rispettati ora, non fra qualche anno. E anche noi dobbiamo pensare a forme più innovative e sostenibili per proteggerci dai nuovi rischi”.

Ci può fare qualche esempio?

“Non possiamo erigere solo barriere di cemento che verranno comunque prima o poi spazzate via, dobbiamo utilizzare tecnologie più sostenibili: far crescere nuovamente le barriere coralline e sperimentare coralli che crescano più in fretta e siano anche in grado di resistere a un mare più caldo di prima; diffondere le mangrovie che riducono l’erosione delle coste; trovare alberi che resistano di più ai climi estremamente secchi, per ridurre i rischi d’incendio.

Per fare tutto ciò servono più risorse nella ricerca scientifica sull’adattamento ai cambiamenti climatici, ma servono anche una nuove strategie di sviluppo a basse emissioni per i Paesi più poveri, a cominciare da una diffusione massiccia delle energie rinnovabili. L’estrazione del carbone va fermata ovunque. Non c’è più tempo, ora dobbiamo essere seri”.

Fonte: Repubblica

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