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185719564 de8a2628 ec34 4fa8 845d 411d235c5b5b - Manhattan dice addio al "21", il ristorante dei presidenti e delle star in cui cenava anche Hemingway (e poi ci faceva sesso)

NEW YORK – Il primo segnale era arrivato a dicembre, quando erano state rimosse dalla terrazza che domina l’ingresso le statue dei trentacinque jockey di metallo, tutte con braccio sinistro levato a tenere una briglia immaginaria. Adesso è arrivata la conferma: il club “21” al numero 21 West della 52nd Street, Manhattan, chiude dopo quasi un secolo vissuto tra presidenti degli Stati Uniti, plutocrati e star di Hollywood. I 148 dipendenti dell’iconico ristorante sono stati mandati a casa.

La notizia, contenuta in un documento presentato al dipartimento del lavoro di New York, è arrivata come una frustata perché la Grande Mela sta ripartendo: sono tornati a popolarsi i marciapiedi, i parchi urbani di Washington Square e Union Square, ristoranti, cinema e arene sportive, anche se a capienza limitata. Il “21” Club, inaugurato l’1 gennaio 1930 nella nuova sede dopo otto anni di attività al Greenwich Village, aveva resistito alla Grande depressione, al proibizionismo e alla crisi dopo l’11 Settembre, ma non alla pandemia, anche se la decisione è arrivata nel momento della possibile parabola finale dell’emergenza. Una portavoce del gruppo francese del lusso LVMH, che aveva rilevato il ristorante nel 2018, inserito in un pacchetto di acquisizioni da 2,6 miliardi di dollari, ha spiegato al New York Times che il club non morirà in maniera definitiva, lo farà solo nella “forma attuale” per poi diventare qualcosa di nuovo, in grado di occupare un “ruolo diverso nel futuro eccitante della città”.

Quale sarà questo ruolo non è, al momento, chiaro. L’unica certezza è che si spegne un’altra luce di New York, dopo quelle di “La Caridad 78” in Upper West Side, “Colandrea New Corner”, a Brooklyn, e Monkey Bar a Midtown. Il club “21”, con il suo immutato arredo anni ’20, l’obbligo di indossare la giacca, il divieto dei jeans, è stato uno dei ristoranti preferiti da quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti, a cominciare da Franklin D. Roosevelt, per passare a John F. Kennedy, Richard Nixon, Gerald Ford, Ronald Reagan e Bill Clinton. George W. Bush e Barack Obama, invece, no. E poi Frank Sinatra, Groucho Marx, Sophia Loren, Mae West, Aristotele Onassis, Gene Kelly, Gloria Swanson, Judy Garland e Marilyn Monroe. Passavano tutti da qui, incantati dai soffitti arredati negli anni con gli oggetti donati dagli ospiti, selle, cappelli e giubbe da fantino, dal modellino dell’Air Force One del presidente Clinton alle racchette da tennis di Chris Evert e John McEnroe, alla mazza da golf di Jack Nicklaus. E poi i corridoi adornati di opere di Frederick Remington, disegni originali di Walt Disney e Peter Arno.

Ernest Hemingway legò la sua presenza al “21” con la famosa frase pronunciata all’arrivo, “visto che non bevo, mi farò una tequila”. Ma di lui circola un’altra storia. A un party lo scrittore passò tutta la serata con una donna, con cui restò a parlare e mangiare fino a tardi. Arrivato il momento della chiusura, Hemingway chiese a Jack Kriendler, uno dei due storici proprietari, di poter restare ancora un po’. Gli venne concesso. Un’ora dopo lo trovarono a fare sesso in cucina con quella donna. Il giorno seguente, Hemingway si ripresentò per cenare, con l’aria leggermente turbata. “Jack – chiese – ho un problema: qual era il suo nome?”.

Qui è dove nella sesta stagione di “Sex and the City”, Mr Big confessa a Carrie Bradshaw di doversi sottoporre a un piccolo intervento di angioplastica. Qui hanno fatto la storia anche le bottiglie di vino, nascoste da finte scalinate negli anni ‘30 fa per evitare il sequestro durante gli anni del proibizionismo. Quando Jay-Z visitò il club, un suo amico chiese una bottiglia da diecimila dollari. Nessuno ricorda che tipo di vino fosse e se gli ospiti avessero apprezzato. Ma nella storia del “21” è solo un trascurabile dettaglio. 

Fonte: Repubblica

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