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NEW YORK – L’arma è una Colt calibro 38 a nove colpi. Il volto di Emiliano Zapata è inciso sulla canna della pistola, di colore blu. Sullo sfondo compare la dalia, fiore nazionale simbolo della bellezza del Messico. Sulla punta, a meno di un centimetro da dove esce il proiettile, c’è scritto Zapata, a uso di quelli che non conoscono l’eroe nazionale che guidò la rivoluzione messicana oltre un secolo fa.

Come insegnano i romanzi di Don Winslow, armi e droga sono la minestra e il sandwich del crimine americano, ma vale anche per i messicani: questa pistola è diventata lo status symbol degli affiliati ai cartelli del narcotraffico. È stata usata nel 2017 per uccidere la giornalista Miroslava Breach Velducea, che indagava sui legami tra politici messicani e criminalità organizzata. Venne uccisa mentre accompagnava il figlio a scuola. Un membro del potente cartello di Sinaloa è stato condannato l’anno scorso. Adesso la “Emiliano Zapata 1911” ha innescato un contenzioso legale senza precedenti: il ministero degli Esteri del Messico ha chiesto 10 miliardi di dollari di risarcimento danni ad almeno cinque produttori americani, accusandoli di aver favorito un flusso di armi illegali verso i cartelli del crimine.

La causa, presentata in una corte federale del Massachusetts, dove hanno sede molte aziende, riguarda Smith & Wesson, Barrett Firearms, Colt’s Manufacturing Company, Glock Inc. e Sturm Ruger & Co. La “Zapata” sarebbe la pistola fumante della storia: un revolver così può essere pensato solo per un tipo di cliente, e non è l’allevatore del Kentucky. Fa parte di una serie di armi dai soprannomi in spagnolo e con incise frasi tipo “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”, attribuita a Zapata.

Se Donald Trump aveva infiammato la campagna presidenziale, indicando i messicani come i criminali che stavano insanguinando l’America, gli americani hanno fatto in modo che non si presentassero a mani vuote. Ogni anno entrano in Messico 500mila armi e il 70 per cento di queste, 340mila, arriva dagli Stati Uniti. Nel 2019 hanno prodotto almeno 17mila omicidi. Dietro questa crociata senza precedenti c’è anche una motivazione politica: il ministro degli Esteri è Marcelo Ebrard, 61 anni, origini francesi, astro nascente della sinistra, nel 2010 nominato “miglior sindaco del mondo”. Dopo aver guidato Città del Messico e diretto un programma Onu per rendere più sicure le città, Ebrard vuole candidarsi alle presidenziali nel 2024, e come ogni candidato che si rispetti punterà al bersaglio grosso: gli Stati Uniti. Il presidente Joe Biden non c’entra, il ministro gli ha riconosciuto la volontà di mettere fine al traffico di armi, ma i messicani sono stanchi di essere considerati vittime e carnefici, e intanto far arricchire i loro vicini.

La causa è stata annunciata il giorno dopo la visita di Ebrard a El Paso, Texas, per commemorare il secondo anniversario della morte di 22 persone, uccise da un pazzo ai grandi magazzini Walmart. Il killer aveva preso di mira i messicani. I produttori di armi negano di “essere stati negligenti”, ma gli avvocati di Ebrard sono convinti di spuntarla. L’ufficio legale ha citato un provvedimento che potrebbe aver aperto un clamoroso varco legale: la Remington Arms Co. ha accettato di pagare 33 milioni di dollari alle famiglie che l’avevano accusata di aver contribuito, con un’aggressiva campagna di marketing, al massacro nella scuola elementare Sandy Hook, Connecticut, dove, nel 2012, un ragazzo uccise 26 persone, tra cui 20 bambini tra i sei e i sette anni. In quel caso non c’era l’immagine di Zapata, ma un volto ormai noto a milioni di americani: quello dell’Ar-15. Fonte: Repubblica

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