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221818373 ad0b7139 fab8 4b76 b659 0be0832adb26 - Modena, morte sul lavoro: i sogni spezzati di Laila nella Packaging Valley

Bastiglia (Modena) Al piano di sotto c’è una bambina biondina e magra, in mano ha una scatola e dentro c’è un tesoro: una molletta per i capelli, un paio di occhiali da sole. “Me l’ha chiesta lei, vuole metterci i ricordi della mamma”. La casa è silenziosa, a parte qualche risatina che passa attraverso la porta e però sembra subito un pianto, la bambina Rania sta passando in rassegna tutte le camere, cerca cose che sa solo lei, i nonni le stanno dietro nella sua caccia ostinata, è così piccola, è così seria, è un’orfana.

“Laila viveva per lei. E anche per me, certo”. L’altra sera Manuele Altiero ha preso in braccio la figlia e le ha detto una cosa importante: “La mamma ha preso una botta in testa così forte, che è andata subito in cielo”. Rania gli ha dato “degli schiaffetti sulla bocca, come se non volesse farmi più parlare. Diceva no, no, no, poi si è messa a piangere. Poi ha chiesto la scatola”. Lo psicologo della scuola materna gli aveva detto di “essere chiaro, di non raccontare bugie”, lui ha ubbidito. Ma come si fa, come si deve fare.

Laila El Harim è morta “per schiacciamento”, martedì mattina, nella Bombonette di Camposanto (ieri il primo indagato, il legale rappresentante dell’azienda), che è poco lontana da qui, ed era così attaccata al suo lavoro che “pensi, teneva un diario di cui non sapevo niente, ogni giorno segnava com’era andata la giornata. Era una precisa, era una che non voleva sbagliare”. “Oggi tutto bene, devo scrivere la mail a … per la fornitura”. “Oggi problemi tecnici…”, “Oggi abbastanza bene”, da un mese e mezzo così, da quando era entrata alla Bombonette, la bella ragazza di 40 anni con i capelli lunghi sulle spalle, “era felice, realizzata. Quella era stata la prima fabbrica della sua vita italiana”, arrivata da Larache alla bassa Modenese a vent’anni e subito operaia, “adesso ci era tornata con un ruolo di responsabilità. Si era stancata della vecchia azienda, il mercoledì ha mandato il curriculum in giro, il giovedì l’hanno chiamata alla Bombonette. Aveva una certa fama”. E cosa faceva? “Capo macchina. Avviava le fustellatrici, controllava che tutto fosse a posto, poi subentravano gli operatori”. Un operaio davanti a ogni macchina, inizio turno ore 5,50, l’incidente è successo alle 8 “nel posto più pericoloso, che è il punto di uscita. Sono andato, ho visto che la macchina dove è successo è cinese. Mah, io sono nello stesso ramo, so come funzionano e come devono funzionare”.

La casa è perfetta, i pavimenti lucidi, tutto è nuovo perché questa era la casa della vita, “e stiamo pagando ancora il mutuo, eh già. Laila ci teneva tantissimo, le piaceva il design, ha scelto lei i mobili”, nel soggiorno grande il divano grigio a 8 posti, e il televisore enorme, il tavolo di legno sagomato “l’ha comprato da Dondi, vicino a Ferrara”. Quante cose sue, “è tutto suo, io non voglio toccare niente, anzi tirerò fuori altri oggetti”, su un ripiano c’è una tajine moderna, rosso fuoco, sul tavolo un mappamondo di metallo, e la lavagna rosa comprata per Rania, che è il nome della regina di Giordania. “Quando è stato il momento di scegliere il nome, lei, che pure era così italiana, ne voleva uno arabo, che le ricordasse il Marocco. Io lo volevo semplice, così abbiamo fatto un compromesso: Rania. Era cinque anni fa”.

E dieci anni fa, il primo luglio del 2011, la ragazza marocchina si è innamorata del ragazzo italiano, e Manuele ha subito amato Laila, “la nostra passione è stata così grande che siamo andati a vivere insieme dopo due giorni. Non potevamo stare lontani uno dall’altra. Non so se riesco a spiegarlo”. Amore nato in fabbrica, alla Espo & Cartotec di Bomporto, perché qui siamo nella Packaging Valley, uno dei vanti dell’Emilia Romagna. Laila ha imparato il mestiere “sul campo, era molto brava, affidabile”, precisa, orgogliosa di quello che sapeva fare, “la cittadinanza italiana se l’è guadagnata da sola, mica perché stava con me. E poi, non eravamo ancora sposati”.

E dieci anni dopo, il primo luglio 2021, “le ho chiesto di sposarmi. Le ho dato l’anello d’oro, con l’acquamarina. Lei mi ha detto sì, adesso dovevamo solo organizzare la cerimonia, cercare la location, Laila aveva la sua idea”. L’idea era il Salento, dalle parti di Gallipoli, la famiglia di Manuele arriva da lì. Voleva l’abito bianco, “io le dicevo “ma prendilo blu, o rosso”. No, bianco, e semplice, moderno, perché dopo avremmo festeggiato sulla spiaggia, a piedi nudi”. Sulla parete una grande foto, lui e lei in Marocco davanti a due cammelli. Eh, come erano felici, sull’altra parete c’è anche un cuore di legno intagliato. “Lei è bellissima. Era, bellissima”. Dice anche che era “autoironica”, e in che senso. “La mattina si alzava e diceva “con questi capelli sembro una strega!”, e correva in bagno, era sempre allegra, era una gioia viverle accanto”. La camera da letto, il copriletto tirato a piombo, i doppi cuscini, nessuno ha dormito qui stanotte, “io non ce l’ho fatta, mi sono sdraiato vicino alla bambina, non ho dormito, lei sì, chissà a cosa ha pensato nei suoi sogni”, forse al profumo del pane della mamma, nella cucina con i mobili di un nero lucido, “aveva imparato a fare il pane da piccola, a Larache, faceva la pizza, le focacce…”, niente di tutto questo è più possibile.

Fonte: Repubblica

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