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BANGKOK. Con l’attenzione rivolta ai 200 morti e alle quotidiane sfide al regime militare nelle strade di tante città del Myanmar, poche informazioni soprattutto dai siti locali emergono su ciò che sta avvenendo nelle regioni a maggioranza etnica. Le cronache locali dei giorni scorsi dallo Stato Kachin, in guerra decennale per l’indipendenza, registrano il primo atto di guerra esplicitamente compiuto a favore del movimento per la disobbedienza civile iniziato dai giovani birmani dopo il golpe del primo febbraio. Lo ha compiuto l’esercito indipendentista di questa etnia a maggioranza cristiana e cattolica, in sigla KIA. E’ un gruppo ben armato e addestrato da decenni di guerriglia a combattere i tadmadaw, i soldati di quasi esclusiva etnia birmana-bamar che stazionano in molte aree dello Stato per controllare e sfruttare le ricche risorse dei Kachin. 

Il gesto delle tre dita alzate

L’11 di marzo, poche ore dopo che l’esercito aveva sparato contro i manifestanti del movimento di disobbedienza civile nella capitale Myitkyina, una formazione di militanti del KIA ha assaltato il quartier generale di una delle brigate dell’esercito birmano più addestrate contro ogni sommossa, la numero 333 (le altre si chiamano scaramanticamente 777 e 999). E’ la stessa che commise le stragi contro i Rohingya del 2017 e che nei giorni scorsi è stata impiegata a Yangon nelle aree dove si è verificato il maggior numero di vittime. Il gesto non è passato inosservato tra i giovani e attivisti che stanno rischiando ogni giorno le loro vite senza poter contare su troppe alleanze, e nemmeno sul celebre R2P, il programma di intervento delle Nazioni Unite in caso di violazioni gravi dei diritti umani.

Testimoni rivelano che dopo aver completamente distrutto l’avamposto birmano, i guerriglieri hanno alzato le tre dita in segno di solidarietà con i giovani delle piazze birmane. Nel raid avrebbero anche ucciso alcuni soldati della “333” dislocati vicino ai villaggi di Gawshi e Nant Haing non distanti da Hpakant, dove la popolazione è scappata nelle boscaglie per sfuggire al fuoco incrociato. A rivendicare la distruzione della caserma è stata una speciale brigata Kachin col numero 444, altra concessione alla cabala. 

Questo evento segna il legame diretto, finora solo a parole e intendimenti, tra il pacifista CDM (della disobbedienza civile) e uno dei principali membri delle “Organizzazioni armate etniche” come il KIA, oltre che con la sua alla politica KIO. Ma il giorno dopo i guerriglieri sono andati oltre, e in uno degli attacchi armati che continuano tuttora in diverse aree dello Stato, hanno neutralizzato un’altra postazione militare a Gwi Htaw, poche miglia a nord del più controversa opera pubblica cinese, la diga di Myitsone.
Pechino s’infuriò quando il generale-presidente Thein Sein, che fondò il sodalizio Esercito-Aung San Suu Kyi nel 2011, come segno di buoni propositi annullò il progetto della grande diga osteggiato dall’intera popolazione. Quando la Lady si recò a consigliarli di “seguire la via dello sviluppo” fu investita da un lancio di pomodori, un episodio unico nella sua carriera di eroina dei diritti umani e ex leader del governo civile.

La diga della discordia

La diga è ancora ferma ma circondata da filo spinato e truppe militari. Una situazione che ricorda l’ultimo grave incidente che ha coinvolto gli interessi cinesi nella ex capitale dl Myanmar Yangon, gli incendi appiccati domenica alle super-controllate fabbriche della Repubblica popolare nel sobborgo di Hlaing Tharyar (fu colpito anche lo stabilimento di una compagnia di Taiwan probabilmente per ignoranza delle differenze). 

Comincia a sorgere più di un dubbio sulla versione ufficiale dei militari che accusano i giovani del movimento ribelle di esserne responsabili e di aver usato anche violenza contro gli impiegati cinesi. Un episodio in particolare mostra però quantomeno la resistenza dei militari a salvare le strutture attaccate. Diversi camion di pompieri pronti a estinguere le fiamme sono stati infatti bloccati e rimandati indietro. Se l’origine del tumulto è ancora incerta, secondo il network informativo alternativo a iniziare il raid sono stati militari in abiti civili per ottenere a seguito dell’episodio il via libera cinese per misure ancora più repressive. Ma altri attribuiscono la protesta alla spontanea decisione degli abitanti di manifestare la propria rabbia contro il sostegno di Pechino ai generali.

 

La legge marziale

Subito dopo i primi incidenti di domenica la giunta militare ha colto l’occasione per applicare la legge marziale in numerose “township” o borghi di Yangon. Molti abitanti dello slum vicino alle fabbriche incendiate lavoravano in vari stabilimenti dell’area gestiti da cinesi in condizioni malsane e con salari miseri. Stamane un gruppo di loro si era recato a chiedere la propria paga al titolare della fabbrica cinese di scarpe Xing Jia e per tutta risposta l’uomo ha chiamato la polizia. Nella stessa area dove domenica scorsa erano morte più di 20 persone perlopiù uccise dai militari, stamattina c’è stato un altro massacro. La prima a morire è stata un’operaia che si rifiutava di interrompere la sua protesta per la mancata paga, poi gli agenti hanno sparato contro la folla che fuggiva uccidendo altre cinque persone.

L’ospedale attaccato

 

Ma l’episodio più sconcertante di ieri è avvenuto in un ospedale privato di Yangon, il Grand Hantha, dove truppe della giunta hanno sparato danneggiando l’Unità di terapia intensiva accusando i dirigenti di aver curato i manifestanti feriti. Un gesto in piena violazione di ogni norma umanitaria internazionale.

In questo clima che somiglia sempre più a una guerra civile, l’ingresso in campo con le armi degli etnici Kachin è particolarmente dirompente perché per lungo tempo i guerriglieri avevano accettato il cessate il fuoco proposto dal precedente governo. Ma l’effetto del golpe sulle relazioni tra questa grossa minoranza e lo Stato dei birmani è stato devastante. La stessa capitale è scesa quasi ogni giorno in strada per dare il suo sostegno al movimento nazionale, superando incomprensioni e perfino razzismi del passato tra le varie etnie. L’organizzazione armata e quella politica sostengono che, per loro, si tratta solo di continuare una guerra che risale al lontano 1961 per la separazione di Kachinland dall’Unione del Myanmar.

A rendere più complesso di quello che sembri il ruolo dei gruppi etnici, la Cina ha spesso finanziato e armato vari gruppi separatisti, soprattutto quelli di lingua cinese come gli stessi Kachin. Voleva avere alleati territoriali ovunque anche se parallelamente Pechino manteneva strette relazioni con la giunta e l’ex governo civile. Ma la svolta è ora evidente, e un dirigente del Partito Kachin è giunto a invitare i giovani disobbedienti di tutto il paese di “non aver paura dei soldati”. 

I poliziotti disertori

Oltre ai Kachin, già divenuti sostenitori “operativi” del movimento nazionale, sarebbero già pronti alla reazione armata anche i Karen del “National Liberation Army (KNLA). Nella loro “Area liberata” hanno ospitato già una decina di poliziotti disertori oggi uniti al movimento della disobbedienza, ed erano comunque determinati già prima del golpe a reagire contro i continui bombardamenti di interi villaggi Karen con vittime, distruzioni e sfollati. L’interesse dei militari nello Stato è legato – non è nemmeno questo un caso – alla rete di difesa dell’area che sta per ospitare una città ancora in costruzione gestita da compagnie cinesi sospettate di rapporti con la mafia delle Triadi. Si chiama Shwe Kokko city, e ruota attorno a un casinò per finanziare l’impresa. 

Ad osservare attentamente cosa avviene nella costellazione delle minoranze e le loro reazioni al golpe c’è un altro protagonista importante di questa fase caotica e disperata, un Comitato che opera virtualmente dagli Stati Uniti col nome di CRPH (dal nome del dissolto parlamento del Myanmar). E’ la vera guida politica del movimento di disobbedienza e il suo inviato speciale alle Nazioni Unite, il dottor Sasa o Salai Maung Taing, si è mostrato molto interessato a dialogare con i partiti politici etnici, comprese le loro organizzazioni armate per formare insieme un Governo di Unità nazionale dopo la sconfitta – per ora utopica – delle forze militari di Min Aung Hlaing.

Il dottor Sasa, che era un medico cristiano dello Stato Chin prima di entrare in politica e diventare deputato dell’LND, è sfuggito – fingendosi un tassista – allo stesso raid notturno dei golpisti che il primo febbraio portò in carcere Suu Kyi, il presidente e molti altri. Raggiunta l’India e da qui l’America, Sasa è stato eletto all’Onu come rappresentante del Comitato birmano della resistenza. All’inizio di marzo ha presentato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiedendogli di “onorare i propri impegni nell’attuare la norma di Responsibility to Protect”, la Responsabilità di offrire protezione, in sigla R2P. Si tratta di un vero e proprio piano di intervento esterno in caso di “minaccia o atti di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica”.

Vista la situazione del Myanmar la richiesta dovrà inevitabilmente essere presa in considerazione anche se la Cina e la Russia porranno come immaginabile il loro veto ad ogni “interferenza” con gli affari interni di un paese membro. La stessa India sembra riluttante a schierarsi apertamente visti i grandi interessi di scambi e la necessità di contrastare Pechino con le sue mire sull’oceano indiano.

Nel frattempo il dottor Sasa è stato accusato di “alto tradimento” da un tribunale militare, ma continua la sua ricerca di alleanze dentro all’Unione. Tra gli altri gruppi armati simpatizzanti del CDM il suo incontro online ha avuto luogo con l’ala politica di un’efficiente organizzazione del popolo Shan chiamata RCSS, Consiglio per il restauro dello stato (autonomo). Non è un caso se subito dopo il webcast via Zoom una postazione della sua ala armata, lo Shan Army, è stata attaccata dall’artiglieria nel sud dello Stato. 
Ma a contrastare l’asse dei gruppi etnici che sostengono i ribelli birmani c’è un altro insieme di formazioni etniche come la potente Northern Alliance che sembra schierata apertamente con la giunta militare. L’alleanza include anche l’Arakan army, fino a pochi mesi fa in aperta guerra coi tadmadaw. Ne fanno parte anche altri gruppi separatisti Shan come i Ta’ang e i Kokang, tenendo presente che diverse di queste formazioni – compreso il potentissimo esercito dei signori della droga Wa – sono state sospettate in passato di aver ricevuto cospicui aiuti dalla Cina per non intralciare i loro progetti “di cooperazione”, come miniere, giacimenti di gas e dighe. 

La sorte delle perlustrazioni politiche via Internet condotte dal dottor Sasa con gli altri gruppi politici e armati non allineati con la giunta è vista comunque con ottimismo, dopo che anche i leader del Chin National Front (CNF) hanno confermato a Sasa il proprio interesse al progetto di una battaglia comune. La richiesta dei gruppi etnici nell’eventualità di giungere a un governo di unità nazionale è quella di evitare un nuovo patto che faccia solo gli interessi della maggioranza birmana-bamar.

Per questo sono particolarmente significative le conversazioni tra Sasa e le controparti delle minoranze, con un grosso ostacolo da superare a proposito della vecchia costituzione militare del 2008. L’Associazione dei partiti etnici ha detto di accogliere con favore le aperture della Lega, perché segue la reciproca visione politica di superamento del regime militare. Ma chiede che il Parlamento in esilio del CRPH respinga la costituzione militare tout court, e dica come intende crearne una nuova. Per loro è d’obbligo che sia basata sul reale federalismo. 

“Prima delle elezioni – spiega una esperta di diritti umani che preferisce l’anonimato – non era chiaro se i leader dell’Lnd volessero abolire tutta la Costituzione o solo i passaggi che interessavano la presidenza di Aung San Suu Kyi. Per 5 anni, tranne in campagna elettorale finale, la Lega non ha mai sfidato apertamente la Costituzione e nemmeno spinto al decentramento, nominando spesso capi ministri locali del partito, anche negli stati dove la maggioranza ha votato per gli etnici”.

Il risultato è che le trattative del governo ombra Lnd devono superare le vecchie diffidenze. E, forse più importante, decidere se accettare la guerriglia armata all’interno di un movimento come il CDM che ha tentato di rimanere pacifico sotto i colpi letali dei soldati. 

Nel frattempo i Kachin del KIA continuano ad attaccare sempre nuove postazioni militari del comune nemico. L’ultima è stata fatta saltare in aria ieri mattina nel distretto di Tanai, con almeno otto persone locali ferite locali. Sono gesti che avranno ripercussioni inevitabili nel prossimo futuro e decine di villaggi sono già stati evacuati. Nell’intero Stato le proteste continuano con flash mob e scontri con polizia e esercito.

Fonte: Repubblica

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