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BANGKOK – Il regime militare birmano ha deciso di mostrare nuovamente a un solo testimone, il suo avvocato, l’ex de facto capo di Stato Aung San Suu Kyi in video conferenza. Era collegata da un’aula di tribunale probabilmente nella capitale Naypyidaw, dov’è tenuta segregata dall’alba del 1° febbraio. Secondo il legale Min Min Soe, lei e il presidente Win Myint sono apparsi in buona salute e la Lady perfino sorridente durante l’udienza, ma ha detto che non è chiaro se fossero a conoscenza dell’attuale situazione nel Paese.

L’avvocato ha spiegato di non essere stato in grado di informarli delle proteste e di non poterli incontrare di persona. Intanto la loro udienza è stata di nuovo aggiornata, al 12 aprile, con un’ulteriore accusa per Aung San Suu Kyi già sospettata di aver contrabbandato walkie talkie, violato le regole anti-Covid e preso milioni di dollari nonché barre d’oro in mazzette. Ora il reato è quello di violazione di atti segreti, che prevede fino a 14 anni di carcere. 

Il processo farsa è solo il tentativo dei generali di screditare l’ex eroina dell’Occidente, che li aveva sfidati nella leadership del Paese e perfino nei rapporti privilegiati con la più potente alleata, la Cina. La posizione di Pechino – finora fedele al dogma della non interferenza – è ritenuta sempre più cruciale per decidere le sorti dell’Unione del Myanmar, formata da numerose etnie tra le quali molte sono di ceppo cinese. Comprese alcune di quelle che si sono armate con tecnologia Made in China. 

Oggi i militari del Myanmar hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di chiudere i servizi wireless a banda larga fino a nuovo avviso. Secondo un rapporto di Save The Children, dal giorno del golpe, lo scorso 1° febbraio, sono almeno 43 i bambini uccisi

Nei giorni scorsi diversi gruppi separatisti avevano annunciato di volersi schierare con i giovani della disobbedienza civile delle città birmane, anche alcuni di quelli che inizialmente sembravano parteggiare per i golpisti. La concreta possibilità della creazione di un “Esercito federale” coordinato all’estero dal “governo ombra” della Lnd o Crhp, ha fortemente allarmato i generali. Gruppi addestrati di Kachin e Karen hanno già iniziato attacchi militari contro postazioni dell’esercito nei rispettivi Stati in segno di solidarietà col movimento di disobbedienza civile. I sospettosi generali birmani temono però lo zampino cinese dietro un’eventuale vasta alleanza armata etnica contro di loro. Potenzialmente – e del tutto utopicamente – un tale esercito potrebbe contare su 100mila uomini, capaci di impegnare seriamente su molti fronti il mezzo milione di soldati birmani. 

Per questo nella serata di ieri la giunta militare ha annunciato che a partire da oggi, 1° aprile, ci sarà un mese di cessate il fuoco unilaterale nelle regioni delle minoranze. E’ una sorta di invito al tavolo della discussione per ridurre il più possibile il numero dei possibili alleati del movimento anti-dittatura in caso di una guerra civile temuta dalle stesse Nazioni Unite. Come sarà recepito il messaggio della tregua dalle cosiddette Organizzazioni armate etniche è presto per saperlo. Il passato è pieno di violazioni delle promesse e oggi stesso, poche ore dopo l’annuncio, soldati birmani hanno attaccato una base dei ribelli dell’Esercito indipendentista locale nello Stato Kachin settentrionale. Nello Stato dei Karen invece l’aviazione è tornata a colpire dopo i bombardamenti dei giorni scorsi con migliaia di sfollati, attaccando una miniera d’oro gestita da una brigata dei separatisti KNU. 

Con l’annuncio del cessate il fuoco nelle aree di minoranza, il regime militare ha anche voluto rinnovare le minacce ai giovani e agli attivisti che continuano a protestare con vittime quotidiane delle repressioni. L’unica eccezione al cessate il fuoco riguarda infatti chi compie “azioni che interrompono le operazioni di sicurezza e amministrative del governo”. Ovvero i ribelli delle città, sia birmani che delle minoranze. Nient’affatto intimoriti, numerosi manifestanti a Sanchaung, a Inya Lake, a Yangon, Amarapura, Meikhtila a Mandalay hanno perfino bruciato copie della Costituzione militare, appena dichiarata virtualmente nulla dalla leadership del movimento, il cosiddetto “governo ombra” o CRHP che tiene i contatti con il movimento e con i Paesi stranieri.

La difficoltà di trovare un accordo internazionale per evitare ulteriori spargimenti di sangue sono state evidenti anche nell’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove non si è trovato un accordo su eventuali azioni più aggressive nei confronti dei generali. Il rappresentante cinese avrebbe chiesto tempo per verificare con Pechino un’eventuale – e improbabile – accordo sulle sanzioni. Ma la linea cauta, spesso decisamente ostile alle popolazioni birmane, non è solo da parte cinese o russa. L’India, che ha diversi interessi strategici ed economici nell’area del Myanmar – spesso contrapposti a quelli cinesi come l’accesso all’Oceano indiano in Arakan – ha compiuto oggi un gesto diplomaticamente compromettente. Se la notizia del The Assam Tribune sarà confermata, c’è stata ieri la prima deportazione nel Paese sotto golpe di una ragazzina islamica Rohingya di 14 anni che aveva cercato rifugio sul territorio indiano.

La giovane era in un centro gestito da una Ong e voleva tornare dai propri genitori che vivono da anni in un campo profughi a Cox Bazar in Bangladesh. Ma a quanto pare 8 poliziotti l’hanno portata oltre il confine e consegnata alle autorità militari del Myanmar dalle quali era sfuggita la sua famiglia. Altre centinaia di profughi, soprattutto Rohingya, scappati dopo il golpe militare sono raccolti in centri di detenzione temporanea. Presto potrebbero essere deportati in Myanmar come la 14enne.

Fonte: Repubblica

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