Condividi:
220256686 674609f3 f7a2 4df5 a904 abc92d11fa9c - “Non sono loro i killer di Malcolm X”. In due scagionati dopo mezzo secolo

NEW YORK – Tanto era solo un regolamento di conti fra neri, per di più estremisti. Uno vale l’altro. Che differenza potrà mai fare, se mettiamo in galera i veri colpevoli, oppure qualcuno che gli somiglia? Così avranno ragionato investigatori e poliziotti oltre mezzo secolo fa, a giudicare dalla notizia anticipata ieri dal New York Times, secondo cui il procuratore di Manhattan Cyrus Vance ha deciso di esonerare Muhammad Aziz e Khalil Islam, condannati per l’omicidio di Malcolm X. A meno di non considerare l’ipotesi assai più perniciosa di un’operazione sbagliata apposta, per proteggere i mandanti di un complotto delle agenzie federali o del New York Police Department. Fatto sta che quasi 57 anni dopo, l’uccisione dell’icona del nazionalismo nero americano resta senza una soluzione che consenta di fare i conti con la storia, se non aiutare la riconciliazione.

Malcolm Little era nato in Nebraska nel 1925 da una famiglia povera, e dopo l’infanzia tra orfanotrofi o case adottive, si era beccato una condanna a dieci anni di galera per furto. In prigione aveva abbracciato la Nation of Islam e cambiato il nome in Malcolm X, per simbolizzare le radici africane strappate dallo schiavismo, al punto di non conoscere più il suo vero cognome. Col carisma era diventato in breve il volto dell’organizzazione guidata da Elijah Muhammad, oscurandolo. Anche perché Malcolm era assai più deciso, col suo razzismo al rovescio per separare i neri dai bianchi, il rifiuto di collaborare col movimento per i diritti civili troppo pacifista e incline al compromesso, la convinzione che se il sistema non avesse ceduto con le buone agli afroamericani l’uguaglianza, bisognava prenderla con le cattive. Elijah, invidioso e meno brillante, lo aveva deluso sul piano politico per la sua timidezza, e su quello personale per le avventure sessuali con cui violava i precetti predicati nella moschea. Perciò Malcolm si era allontanato, si era convertito all’islam sunnita, e dopo il pellegrinaggio alla Mecca aveva fondato la Pan-African Organization of Afro-American Unity.

Il 21 febbraio 1965, mentre dal palco dell’Audubon Ballroom di Washington Heights si preparava ad illustrare la sua nuova visione, tre uomini lo avevano crivellato di colpi. Uno, Mujahid Abdul Halim, era stato arrestato sul posto e aveva confessato. Altri due, Muhammad Aziz e Khalil Islam, allora noti come Norman 3X Butler e Thomas 15X Johnson, era stati presi nel giro di due settimane. Caso chiuso: la Nation of Islam non aveva perdonato a Malcolm X il tradimento, e l’aveva eliminato per mano dei membri di una sua moschea nel New Jersey. Forse l’ordine era venuto da Elijah, o magari da Louis Farrakhan, ma poco importava. L’importante era mettere subito a tacere le voci secondo cui l’omicidio era stato organizzato dalle agenzie federali o dai poliziotti locali di Nypd. Così l’11 marzo 1966 Halim, Aziz e Islam erano stati condannati all’ergastolo.

I fatti però sono testardi e sono tornati a galla, soprattutto grazie al documentario di Netflix “Who Killed Malcolm X?”. Riaprire l’inchiesta non era facile per Vance e l’Innocence Project di David Shanies, ma Halim aveva sempre scagionato Aziz e Islam, puntando invece il dito contro il collega della moschea di Newark William Bradley. Le testimonianze erano fragili, e durante il processo i procuratori non avevano rivelato due particolari fondamentali: all’interno dell’Audubon c’erano agenti in borghese, e la mattina dell’omicidio qualcuno lo aveva preannunciato ad un giornalista del Daily News. Dunque tutti sapevano e nessuno aveva agito per fermare i killer? Era un complotto? Un testimone ancora vivo, J.M., ha poi confermato l’alibi di Aziz, dicendo che lo aveva chiamato e trovato a casa la mattina del delitto.

Aziz è stata scarcerato e Islam è morto nel 2009, ma il punto non è più la loro sorte. La nuova indagine non ha scoperto un complotto federale, e forse la matrice resta il regolamento di conti della Nation of Islam. La sciatteria dell’inchiesta, però, conferma il pregiudizio delle forze dell’ordine contro i neri, che vediamo ancora oggi nelle strade americane, come quella di Minneapolis dove è morto George Floyd.
 

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy