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“Vi sentite responsabili per quello che è accaduto il 6 gennaio?”. Per i capi delle grandi piattaforme social oggi è stato il giorno del giudizio davanti al Congresso americano che in questi mesi li ha ascoltati e interrogati e che con l’audizione odierna è arrivato all’ultimo appuntamento, quello forse più cruciale, sul tema della disinformazione politica e sanitaria che circola sui social e che ha raggiunto un culmine drammatico con l’assalto dei sostenitori di Donald Trump al Congresso Usa alla vigilia dell’insediamento del nuovo presidente Joe Biden. Alla domanda dei parlamentari solo il CEO di Twitter Jack Dorsey ha risposto affermativamente, chiedendo però di mettere questa responsabilità in un contesto più ampio. Il capo di Alphabet Google Sundar Pichai ha negato ogni responsabilità, e il chief executive di Facebook Mark Zuckerberg si èo rifiutato di rispondere: “Penso che la responsabilità sia di chi ha compiuto quelle azioni e infranto la legge. E in un secondo luogo delle persone che hanno diffuso quei contenuti, compreso il presidente”.

Mentre i tre big di Silicon Valley parlavano, collegati online, di fronte alle commissioni congiunte dell’Energia e del Commercio, le loro facce sono state issate su grandi cartonati che riproducevano i leader dell’assalto del 6 gennaio, con Zuckerberg incorniciato dalle corna di bufalo dello “sciamano di QAnon”. L’iniziativa simbolica dell’associazione SumofUs è un po’ la sintesi di quello che la politica imputa alle piattaforme tech: la violenza dei discorsi online si trasforma sempre più in violenza, organizzata, offline. E i “signori” dell’online sono chiamati a renderne conto. 

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(afp)

Le accuse della politica sono in questo caso bipartisan. “Siamo scappati mentre la folla violava il Campidoglio, l’aula della Camera, il nostro processo democratico”, ha detto il deputato democratico Mike Doyle. “L’attacco, e il movimento che l’ha causato, è cominciato ed è stato nutrito sulle vostre piattaforme”. Ma per Zuckerberg, la responsabilità di Facebook è “costruire sistemi efficaci”. Se poi qualcuno ne approfitta, non dipende da loro. “Abbiamo fatto la nostra parte nel garantire l’integrità delle elezioni. Poi il 6 gennaio il presidente Donald Trump ha pronunciato un discorso che respingeva i risultati elettorali e ha incitato la gente a ribellarsi”. La colpa, dunque, è dei politici ma anche dei media (non social media) che hanno diffuso la loro propaganda. Trump è stato nel frattempo bandito da Twitter, sospeso da Youtube e da Facebook – che ha delegato la decisione finale se riammetterlo o meno al suo Oversight Board, il comitato indipendente di “garanti”.

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Il CEO di Twitter, Jack Dorsey (reuters)

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Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg (reuters)

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Sundar Pichai, CEO di Alphabet Google (reuters)

Ma non è solo l’odio politico che si imputa alle piattaforme: i deputati e senatori hanno accusato Big Tech di diffondere disinformazione anche sulla pandemia e sui vaccini anti Covid. Con un filo conduttore comune: è finito il tempo dell’autoregolamentazione. “Il vostro business model è diventato il problema principale”, ha detto il presidente della commissione Energia e Commercio, il democratico Frank Pallone.È arrivato il momento di fare leggi per rendervi responsabili”. I repubblicani si sono concentrati invece su una vecchia accusa alla Silicon Valley: di essere prevenuta contro le voci conservatrici, dunque non del tutto indipendente.

Il tema della “regolamentazione” delle piattaforme è dunque arrivato a piena maturazione. Al centro della discussione a questo punto è la Section 230 del Communications Decency Act, un pezzo di legislazione americana diventato cruciale per le dinamiche del web – anche globalmente, visto che le aziende tech agiscono in tutto il mondo – che prevede uno scudo per le piattaforme rispetto a responsabilità giuridica per i contenuti che vi vengono pubblicati. La riforma di questo articolo è da tempo oggetto di tentativi di modifica (Joe Biden ne auspica la riforma, i repubblicani vorrebbero abolirla del tutto), ma i progressi finora sono stati lenti.

Con una mossa a sorpresa, proprio Zuckerberg ha presentato una memoria scritta in vista dell’audizione di oggi, proponendo modifiche in apparente direzione di una maggiore “responsabilizzazione” di Big Tech. L’idea è che le aziende che forniscono piattaforme di contenuti digitali possano godere dell’immunità solo se sono in grado di garantire processi di monitoraggio e rimozione dei contenuti pericolosi. Un non meglio identificato “terzo” attore giuridico (dunque né aziendale, né politico) dovrebbe stabilire i criteri cui questi processi di garanzia dovrebbero attenersi.

Non è la prima volta che Zuckerberg si dice disponibile a una regolamentazione esterna, e anzi ne anticipa i contorni. Ma anche stavolta il suo sembra appunto un gioco di anticipo per definire una regolamentazione fatta su misura per il suo business, contemporaneamente distraendo il pubblico dalle critiche e dalla mancanza di presa diretta di responsabilità per le lacune nella moderazione e nella tempestività di intervento sulle enormi zone d’ombra – come i gruppi – in cui i discorsi d’odio e la disinformazione sanitaria proliferano.

Come fa notare l’Electronic Frontier Foundation, sono pochissimi e solo molto grandi gli attori in grado di mettere in campo sistemi di monitoraggio e intervento tratteggiati – peraltro con molta vaghezza – da Zuckerberg: “La proposta non è formulata in buona fede”. L’obiettivo sembra essere rendere il monopolio di Facebook ancora più forte, oltre al rischio che nelle falle di un “codice” di regolamentazione possa insinuarsi una vera censura di contenuti legittimi. Google e Twitter non sono sulla stessa lunghezza d’onda: oggi Pichai and Dorsey si sono detti disponibili ad alcuni dei cambiamenti avanzati da Zuckerberg. Ma Google è ufficialmente contraria a smantellare la Section 230. E Twitter ha portato oggi al Congresso alcuni dei suoi sforzi più recenti per garantire una più capillare moderazione dei contenuti illegittimi e la disinformazione, come Bird Watch.

Fonte: Repubblica

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