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«Dobbiamo smettere di fare finta di non vedere o di non capire: quanto emerge dall’inchiesta di Disclose e dal racconto di Repubblica è molto chiaro: la Francia ha un problema importante. Ma, di conseguenza, anche l’Europa ha un problema e come tale va discusso nel Consiglio europeo. È necessario sapere cosa la Francia ha dato all’Egitto. E soprattutto quando quell’apparato di intercettazione sia stato utilizzato dal Cairo: quegli anni indicati nell’inchiesta francese, tra il 2014 e il 2021, purtroppo non fanno pensare nulla di buono».

Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana, è il presidente della commissione di inchiesta sul sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni che nelle prossime settimane dovrà consegnare la relazione finale. Ed è a Giulio che pensa quando parla del “Contratto Toblerone”, l’accordo con cui tre aziende francesi hanno consegnato all’Egitto un sistema di sorveglianza della popolazione. Fa una premessa: «La commissione ha concluso i lavori e le nostre valutazioni saranno di dominio pubblico. Fino ad allora silenzio». Ma non si tira indietro sulla valutazione dei fatti.

«È evidente che c’è un problema di diritti ogni qual volta alcuni Paesi, e la Francia forse più degli altri, oltrepassano la frontiera. Tutto quello che vale all’interno dei confini, sembra scomparire quando si va all’estero. E questo non è possibile».

A cosa fa riferimento?
«Non si possono avere rapporti ambigui con regimi come quello di Al Sisi o con Paesi come la Libia e la Turchia. Si deve dire con chiarezza da che parte si sta: se con chi crede ai diritti universali o con le dittature feroci sul Mediterraneo».

Parla dell’Italia?
«Parlo dell’Europa. Della Francia e di un’ipocrisia di fondo su certi argomenti. In tema di politica internazionale la grande sfida è quella della tutela dei diritti umani. Non possiamo pensare di non chiedere conto delle azioni a quei governi, Perché, se lo facciamo, abdichiamo al ruolo di garante dei diritti che l’Unione europea, sin dalla sua fondazione, si è sempre data».

Il software francese è però soltanto l’ultimo episodio. Sisi, tre anni fa, è stato accolto dall’allora premier Giuseppe Conte con un tappeto rosso in un meeting in Sicilia. E appena qualche giorno fa il ministro Di Maio ha fatto appello alla Realpolitik sostenendo la necessità del dialogo con l’Egitto.
«Sul punto ci sono due aspetti. Il primo riguarda fino a dove i diritti sono sacrificabili rispetto a questi presunti interessi nazionali. Anche perché bisogna fare attenzione: nel momento in cui tu decidi di poter sacrificare determinati principi e valori, essendo “amico” di chi è responsabile di una violazione sistematica dei diritti umani, come accade con la Libia, o in questi giorni al confine tra Polonia e Russia, stai accettando che quella deroga possa un domani valere anche per quello che riguarda i tuoi confini».

Il secondo aspetto?
«Siamo proprio sicuri che un governo come quello di Al Sisi o di Erdogan, dia stabilità a un’area geografica? I risultati dicono altro. A me sembra invece che questa Realpolitik ci porti a essere ostaggio. Quanto sta accadendo nel processo Regeni dovrebbe essere di insegnamento».

Fonte: Repubblica

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