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BARCELLONA. Una corsa a tre con spoglio delle schede da infarto e risultato al fotofinish. Ma anche lo scarto minimo per numero di seggi e voti tra le principali forze politiche catalane può aprire lo spazio a nuovi scenari. I socialisti guidati da Salvador Illa, fino a un mese fa ministro della Sanità del governo Sánchez, sono il partito più votato e pareggiano il conto con i repubblicani di Esquerra come numero di deputati al Parlamento di Barcellona: 33 per entrambi. Un successo spettacolare, impensabile fino a poco tempo fa, per il partito che riconquista la leadership regionale dopo oltre un decennio. Tanto basta a Illa per annunciare, nell’eccitazione della notte elettorale, che si presenterà candidato all’investitura per la presidenza della Generalitat. Le possibilità di successo sono scarsissime, perché le forze indipendentiste hanno confermato la maggioranza con la quale hanno governato nell’ultima legislatura. Ma i socialisti vogliono far sentire il loro peso politico e, se dovranno andare all’opposizione, sarà con un ruolo molto attivo, grazie a un numero di seggi doppio rispetto a quello delle ultime elezioni.

Il discorso per la formazione del governo sembra però limitato alle due principali forze indipendentiste che, pure tra diffidenze e visioni strategiche diverse, già nella notte elettorale hanno avviato il dialogo sul futuro della sfida secessionista. E qui c’è la novità più rilevante, perché Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) è riuscita a imporsi per la prima volta nei confronti di Junts per Catalunya. Differenza di un seggio – 33 a 32 – e poche migliaia di voti in più, ma la prospettiva cambia radicalmente. Tanto che è già aperto lo scontro su quale debba essere la formula di governo.

Per Junts, la formazione dell’ex presidente Carles Puigdemont – che continua ad avere un ruolo chiave nel dettare la linea pur essendo ormai da tre anni rifugiato a Bruxelles, dove svolge il ruolo di parlamentare europeo – il discorso dev’essere ristretto al campo indipendentista. Esquerra, il partito di Oriol Junqueras (che sconta una condanna a 13 anni per sedizione, anche se in queste settimane ha potuto partecipare attivamente alla campagna, avendo ottenuto la semilibertà grazie alla concessione del “terzo grado” penitenziario) punta invece a una “vía amplia”, una maggioranza parlamentare il più possibile vasta che dia il segno di una svolta progressista. 

A vincere dovrebbe essere proprio questa linea, dato che Esquerra ha legittimamente rivendicato la presidenza della Generalitat per il proprio candidato Pere Aragonès, attuale presidente ad interim dopo la destituzione – nel settembre scorso – di Quim Torra, il fedelissimo di Puigdemont che ha guidato una legislatura convulsa interrotta anzitempo dalla magistratura per aver esposto sul balcone della Generalitat uno striscione in cui si chiedeva la “libertà per i prigionieri politici”. Forte di una maggioranza parlamentare indipendentista consolidata per numero di seggi (74 – sei in più rispetto ai 68 necessari – se si considerano anche gli anticapitalisti della Cup) e raggiunta per la prima volta come numero di voti (circa il 51 per cento), Aragonès si è subito rivolto al premier Pedro Sánchez, in spagnolo e in inglese: “È arrivata l’ora di risolvere il conflitto. Di sedersi a negoziare un referendum, senza repressione”.

Gli indipendentisti chiedono un’amnistia per i detenuti e la possibilità di tornare a votare per l’autodeterminazione. Richieste che, in questi termini, non potranno essere accolte dal governo di Madrid. Illa ha già detto più volte in campagna elettorale che un referendum per l’indipendenza “non trova spazio nella Costituzione”. Ma sul ritorno in libertà dei detenuti, l’atteggiamento è di apertura: il governo ha infatti già avviato la procedura per l’indulto, che potrebbe diventare realtà forse già nelle prossime settimane. I socialisti sono comunque rassicurati dal fatto che saranno i repubblicani a guidare il nuovo governo regionale (e sarà la prima volta in 80 anni): un successo di Junts nel campo secessionista avrebbe significato mantenere alta la tensione tra Barcellona e Madrid.

Per il Psoe, è una boccata d’ossigeno anche per la stabilità del governo nazionale: Esquerra ha avuto un ruolo fondamentale nell’investitura di Sánchez alla presidenza e in più occasioni ha appoggiato iniziative di legge dell’esecutivo, compresa la legge di bilancio.

A preoccupare invece, sia in Catalogna che a livello nazionale, è il clamoroso exploit dell’ultradestra di Vox: con 11 seggi, supera la somma dei deputati ottenuti da Ciudadanos (6) e Partito Popolare (3). Ciudadanos vinse le elezioni del 2017 con 36 seggi, ora è praticamente spazzato via. I popolari, sempre molto deboli sullo scenario catalano, retrocedono ancora. Il timore che Vox possa diventare la forza egemonica della destra spagnola si fa sempre più concreto.

Fonte: Repubblica

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