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TEL AVIV – Dopo 19 razzi lanciati ieri dal Libano verso il nord d’Israele – quasi tutti intercettati da Iron Dome – a lasciare interdetti gli israeliani più che l’insolita potenza dell’attacco è stata la rivendicazione: la firma questa volta è di Hezbollah, dopo che altri cinque lanci da maggio erano stati attribuiti a movimenti palestinesi attivi nel sud del Paese dei Cedri.

In una nota ufficiale, il Partito di Dio ha affermato che l’attacco è una rappresaglia per i raid aerei israeliani avvenuti la notte precedente. Per la prima volta dal 2013, i caccia israeliani avevano colpito zone disabitate sotto il controllo di Hezbollah in risposta al lancio di tre razzi il giorno prima. Il portavoce dell’esercito israeliano dice che «nessuna delle parti vuole la guerra, ma non accetteremo che ogni due o tre settimane si spari dal nord».

Israele ha risposto con colpi di artiglieria, ma di fronte all’aperta rivendicazione di Hezbollah, il rischio escalation rimane alto. Specie se considerato il più ampio scenario dello scontro con l’asse iraniano, che ha raggiunto un nuovo picco la settimana scorsa con l’attacco mortale alla petroliera Mercer Street nel Golfo dell’Oman, attribuito ieri anche dal G7 a Teheran che «con i suoi delegati minaccia la pace e la sicurezza internazionali».

Gerusalemme cerca il coinvolgimento degli alleati anche per mantenere la calma sul fronte nord. In un colloquio con l’omologo americano, il ministro della Difesa Benny Gantz ha chiesto «alla comunità internazionale, e in particolare agli Usa, di esigere dal governo libanese di mettere fine ai lanci verso Israele, alla luce della volatile situazione in Libano». Hezbollah potrebbe volere scaldare il confine per distogliere l’attenzione dalla critica interna a cui è sottoposto a causa della crisi umanitaria, in particolare a due giorni dalle imponenti manifestazioni in commemorazione dell’esplosione al porto di Beirut, in cui è risuonato anche lo slogan “Iran fuori dal Libano”. Ieri un raro episodio ha dato la misura del fatto che i libanesi stessi potrebbero non tollerare questo gioco pericoloso: video diventati virali mostrano residenti del villaggio druso Shwaya, nei pressi della zona da cui è partito l’attacco, che assalgono un lanciarazzi e uomini di Hezbollah, accusando il movimento sciita di sparare da zone abitate.

L’esercito libanese ha in seguito comunicato di aver sequestrato il lanciarazzi e arrestato quattro operativi. «Il Libano non è parte dello scontro tra Israele e Iran nel Golfo dell’Oman», ha twittato l’ex premier Saad Hariri, «il nostro popolo già soffre sotto il peso del collasso economico».

Per quanto il Libano verta nel caos, la valutazione in Israele è che Hezbollah continui ad avere il polso della situazione nel sud e i cinque attacchi precedenti, quelli attribuiti ai palestinesi, sarebbero parte di un’intesa tra il Partito di Dio e Hamas: sviare l’attenzione al nord con lanci sporadici per incalzare un nuovo accordo sull’ingresso dei milioni del Qatar a Gaza. Il flusso, interrotto con l’ultimo conflitto di maggio, dovrebbe rinnovarsi a breve con la mediazione di Ramallah, sempre che la tensione al nord non cambi le carte in tavola.

«C’è una linea comune tra i recenti eventi nel Golfo, in Libano e a Gaza» dice Michael Milstein, ricercatore dell’Università di Tel Aviv con un passato nell’intelligence militare. «C’è un tentativo di disegnare nuove regole del gioco contro Israele, per testare il nuovo governo, così come quello Usa». E per quanto sia nell’interesse israeliano mantenere il confine libanese calmo – specie in un frangente critico nel contenimento dell’ondata Delta in cui a Gerusalemme si pronuncia nuovamente la parola lockdown – resta alto il timore che la situazione possa sfuggire di mano.

Fonte: Repubblica

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