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Tra il 1966 e il 1996 la Francia condusse nella Polinesia francese centonovantatré test nucleari, quarantasei dei quali effettuati in atmosfera, sopra gli atolli abitati di Mururoa e Fangataufa. Oggi le conseguenze di questi test sulla salute di coloro che le subirono (si tratta di popolazioni locali e di migliaia di militari e civili che vi presero parte) non sono ancora del tutto note e rimangono oggetto di controversia.

La relazione degli esperti

L’esposizione alla radioattività ha prodotto casi di tumore o altre patologie? A questa domanda, posta nel 2013 dal ministero della Difesa francese, un gruppo di dieci esperti, convocati dall’Istituto nazionale per la salute e la ricerca medica (Inserm), ha tentato di dare risposta. La loro relazione, pubblicata ora, si basa su circa milleduecento studi internazionali.

Due sono gli elementi che ne emergono: da un lato, uno studio condotto nella Polinesia francese mette in rapporto “l’aumento dell’esposizione a radiazioni alla tiroide prima del compimento dei quindici anni di età con un leggero incremento del rischio di sviluppare un tumore alla tiroide”. Dall’altro, da una ricerca condotta su alcuni militari che presero parte ai test ha evidenziato un aumento del rischio di morire di leucemia. Una correlazione che era già stata osservata in passato, soprattutto nell’ambito delle ricerche compiute su oltre ventimila individui che parteciparono al programma britannico di test nucleari in atmosfera.

“Conseguenze finora ignorate”

Gli autori del rapporto hanno fatto notare che i risultati di questi studi “sono insufficienti a trarre delle conclusioni definitive sul nesso tra l’esposizione alle radiazioni ionizzanti emanate dal fallout dei test (…) e l’incidenza di tali patologie”… e che tuttavia “non permettono di escludere che tale esposizione abbia prodotto sulla salute delle conseguenze sino ad oggi ignorate”.

Per quanto riguarda le leucemie è già troppo tardi: “Sono dei tumori che fanno la loro comparsa poco dopo l’esposizione alle radiazioni. E prima del 1983 – ovvero diciotto anni dopo l’inizio dei test –  nella Polinesia francese non esisteva un registro dei casi di tumore”, lamenta Florent de Vathaire, direttore dell’unità epidemiologica delle radiazioni presso l’ospedale Gustave-Roussy, nel dipartimento della Val-de-Marne.

La battaglia per gli indennizzi

Il rapporto è stato accolto con disappunto dall’associazione polinesiana “193”, che si batte affinché alle vittime dei test nucleari venga riconosciuto un indennizzo. “Si continua a negare la realtà. Centonovantatré test nucleari equivalgono a ottocento bombe di Hiroshima: dire che non abbiano prodotto conseguenze significa fare del negazionismo”, ha dichiarato all’agenzia France Presse padre Auguste Uebe-Carlson, che dell’associazione 193 è presidente.

Tanto più che per quanto riguarda i casi di tumore alla tiroide le conclusioni potrebbero arrivare fuori tempo massimo”, fa notare al Figaro uno degli autori del rapporto. “Insieme alla mia squadra stiamo per pubblicare uno studio estremamente dettagliato che dimostra come nella Polinesia francese a maggiori livelli di radiazioni alla tiroide sia corrisposto un maggior rischio di sviluppare un tumore in questo organo”, precisa Florent de Vathaire. D’altronde, benché gli esperti sottolineino come l’incidenza di tumori (di qualsiasi tipo) nella Polinesia francese sia inferiore a quella rilevata nella madrepatria, essi aggiungono anche che “alcune localizzazioni di cancro presentano, soprattutto tra le donne, dei livelli elevati. È il caso del tumore alla tiroide (la cui incidenza è tra le più alte al mondo) e all’utero, e di alcune forme di leucemie”.

La questione delle dosi di radiazioni

Nel ricordare che i test nucleari in atmosfera effettuati dagli Stati Uniti in Nevada e dall’Unione Sovietica nel Kazakhstan hanno “incrementato l’incidenza di tumori e noduli alla tiroide e di leucemie nella popolazione dei villaggi contaminati dal fallout radioattivo”, gli studiosi hanno però precisato che le popolazioni polinesiane sono state sottoposte a dosi di radiazioni “circa dieci volte inferiori a quelle a cui furono esposte le popolazioni (…) del Nevada” e “circa cento volte inferiori a quelle ricevute dalle popolazioni (…) del Kazakhstan”.

La questione delle dosi di radiazioni è fondamentale. A partire dagli anni Sessanta le autorità francesi hanno effettuato delle attente misurazioni dell’aria, del suolo e degli alimenti. I risultati di tali indagini sono rimasti top secret sino al 2013, quando una parte di essi fu resa pubblica. Philippe Renaud, esperto presso l’Istituto di radioprotezione e sicurezza  nucleare che ha avuto accesso ai dati relativi al periodo compreso tra il 1975 e il 1981, ritiene che dosi di radiazioni a cui furono sottoposte le popolazioni della Polinesia francese non siano state massicce quanto si immagina. “Molto dipendeva dalle condizioni meteorologiche: nell’emisfero meridionale le masse d’aria si spostano da est a ovest. In condizioni di normalità, dunque, la nube radioattiva si dirigeva verso l’America del Sud e faceva il giro del globo prima di interessare la Polinesia”. Le condizioni meteo, però, non seguono sempre un andamento prevedibile. “Nella stragrande maggioranza dei casi, le ricadute radioattive in Polinesia sono state inferiori rispetto a quanto osservato nella madrepatria dopo i test effettuati nell’emisfero Nord da americani e sovietici. Quando però l’andamento dei test è stato disturbato da ritorni anticiclonici, le ricadute radioattive possono essere state molto più consistenti, e più simili a quelle che nel 1986 investirono la Francia in seguito all’incidente di Cernobyl. Paragonando i dati sulla contaminazione dell’aria, si nota che la situazione registrata in Francia nel 1986 era uguale a quella che rilevata a Tahiti nel 1974, dopo il test Centauro”.

Quanto al periodo che va da 1966 e il 1974, la situazione è meno chiara. “All’epoca si effettuarono delle misurazioni, ma non so se i risultati sono ancora top secret. I livelli di esposizione che sono stati resi pubblici si basano su calcoli e modelli”.

Tra il 2010 e il 2018, il Comitato per l’indennizzo delle vittime dei test nucleari ha ricevuto millequattrocentotrentatré richieste, provenienti in larga parte da militari. E solo 217 casi hanno ricevuto un risarcimento.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Marzia Porta)

Fonte: Repubblica

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