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Roma. Quarantadue “non ricordo” e “non so” in due ore di testimonianza e, in mezzo, questa versione sulla responsabilità del governo, il primo governo Conte, nelle scelte di bloccare le navi dei migranti in mare per un numero indefinito di giorni nell’attesa dell’impegno ai ricollocamenti in altri paesi europei.

“Il Consiglio dei ministri non trattò l’argomento. La scelta di quando fare sbarcare è esclusiva competenza del ministero dell’Interno. Dibattito politico, contesto giuridico: dibattito politico tentativo di interessare i paesi europei alla questione migratoria, contesto giuridico ognuno ha le proprie responsabilità”.

Così l’ex ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha risposto il mese scorso al pubblico ministero che lo interrogava nell’ambito dell’udienza preliminare sul caso Gregoretti a Catania. Una risposta che però fa riferimento generale all’atteggiamento del governo non sul singolo caso ma più in generale sugli sbarchi dei migranti. Tanto che il verbale di Toninelli al processo Gregoretti sarà prodotto dall’avvocato Giulia Bongiorno, legale di Matteo Salvini, all’altro processo che vede l’ex ministro dell’Interno imputato di sequestro di persona, quello per il caso Open Arms apertosi ieri a Palermo.

Ricordava davvero poco o nulla Danilo Toninelli della sua esperienza in materia di sbarchi di migranti in oltre un anno da ministro dei Trasporti. 

Il contratto di governo in materia di politica sull’immigrazione? gli chiede il giudice Nunzio Sarpietro.

E lui: “Non ricordo, non fu parte di mia competenza. So che aveva come principio politico la lotta all’immigrazione clandestina ma nel rispetto delle convenzioni internazionali nel tentativo di cambiare il regolamento di Dublino”

E cambiarlo come?

“Non ricordo”

Quale fu l’indirizzo politico per superare Dublino?

“Nessuno, non se ne parlò mai”

Si parlò di politica di redistribuzione di migranti?

“Non ricordo”

E in Consiglio dei ministri?

“No”

Ricorda il codice Minniti per le navi umanitarie? Lo conosce?

“No, non l’ho mai letto”

Il caso  della nave militare Diciotti prima, quello Gregoretti poi, il caso Open Arms dopo. Alle insistenti domande specifiche o a quelle più generali sul meccanismo decisionale che portava all’attribuzione di un porto di sbarco, Toninelli risponde sempre con questo distinguo: ” Politicamente eravamo d’accordo con l’operato di Salvini ma senza che ci fosse un atto formale del Consiglio dei ministri che definisse una responsabilità politica collegiale. Una condivisione di intenti pe ottenere che altri paesi si impegnassero nella ricollocazione dei migranti. Ma l’azione politica è ben diversa dall’azione, dalle regole di ingaggio disciplinate dalle convenzioni internazionali e dalla legislazione nazionale. La responsabilità politica si sostanzia con un atto formale che non c’è mai stato”. Insomma, come dire, tutti d’accordo nel cercare prima l’impegno al ricollocamento e poi a far scendere i migranti. Ma con quale limite e con quali regole di ingaggio, a cominciare dalle condizioni in cui venivano tenuti caso per caso i migranti, la responsabilità era solo nelle mani di Salvini.

Al fuoco di fila dell’avvocato Giulia Bongiorno sul caso Open Arms, Toninelli risponde infilando una imbarazzante serie di “non so” e “non ricordo”: non ricorda come e chi mise fine all’odissea dell’Open Arms nonostante il suo personale coinvolgimento nei colloqui con il suo omologo spagnolo nei giorni in cui sembrava che la nave umanitaria potesse dirigersi con il suo carico di migranti in Spagna accompagnata dalla Guardia costiera italiana e non ricorda neanche se e come votò in Parlamento per l’autorizzazione a procedere contro Salvini. L’unica cosa che sa spiegare è perchè, come la collega della Difesa Elisabetta Trenta, si rifiutò di firmare nuovamente il decreto di interdizione all’ingresso in acque italiane della Open Arms dopo l’annullamento da parte del Tar del Lazio: ” Le condizioni e il contesto erano gli stessi, sarebbe stato bocciato di nuovo”.

E i tanti post pubblicati sui social in quei giorni che annunciavano: “Non li faremo sbarcare se la Ue non batte un colpo”?

“Dibattito politico”, il refrain ad ogni domanda e l’ammissione.

 “Ed era la linea politica di tutto il governo, anche di Conte, Di Maio, Moavero, Salvini?

“Dovete chiederlo a loro”

Lei non sa se ne parlavate?

“Mai”

E poi: “Mi sembra di ricordare che in quel momento nessuno rispondeva in Europa. Si poteva politicamente immaginare che la debolezza del governo del Conte, che nei mesi precedenti aveva ottenuto risultati nei ricollocamenti, fosse venuta meno

Fonte: Repubblica

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