Condividi:
221258964 6e541373 356a 4dbf 8e59 320e9f834f6d - "Quel paziente Covid intubato era un mio compagno di scuola": il medico salva il vecchio amico a Bari

“Dopo essersi risvegliato ed essere uscito dalla rianimazione, nella prima videochiamata con i suoi, la figlia piccola mi ha chiesto di riportargli il papà a casa e io lotterò, insieme con tutti i medici, gli infermieri e operatori socio anitari che sono impegnati in questo momento terribile, perché tutti i papà possano andare a casa”. Il professor Antonio Moschetta, ordinario di medicina interna all’Università di Bari e ricercatore dell’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, racconta la sua esperienza nell’ospedale Covid in Fiera del Levante partendo dalla storia di un suo paziente, uno dei primi che ha curato, che ha scoperto essere un suo vecchio compagno delle scuole medie.

Professor Moschetta, che esperienza professionale sta vivendo in Fiera?
“Sono arrivato in Fiera il 3 aprile. Mi avevano chiesto la disponibilità e così ho iniziato questa avventura: devo ringraziare i colleghi del mio gruppo della sub-intensiva, Rossella Melodia, Chiara Morano e Stefano Battaglia, che hanno voluto fare questa esperienza con me. È una esperienza stupenda per una serie di ragioni”.

Quali?
“Innanzitutto per la multisciplinarietà, perché in Fiera c’è una squadra completa: dal rianimatore allo pneumologo, dal nefrologo all’internista e al riabilitatore. Ed è stupendo perché i reparti sono chiamati con lettere, dalla A alla L, e non con targhe con titoli. Qui non contano i ruoli, ma conta il paziente. Nella terna fra medicina, malato e medico il protagonista è il malato: non il medico, che è soltanto un alleato per combattere la malattia. Qui non c’è il nome di un primario, non c’è il feticismo dei ruoli ma c’è il paziente al centro. Qui abbiamo le lettere invece delle targhe con i titoli, il culto della persona invece del feticismo per il ruolo che si ricopre”.

Che rapporto si instaura con i pazienti?
“I miei amici mi hanno detto di non avermi mai visto così felice ed è così, nel senso che si ha quel rapporto umano nel quale il medico riesce oltre a prescrivere medicine anche a prescrivere se stesso, che è importante perché questi pazienti sono soli, senza familiari, e quindi si instaura un contatto che è incredibile e che rimane non soltanto nel cuore del paziente, ma anche nel cuore del medico. Quando i pazienti vanno via quasi si perde qualcosa, è come tagliare il cordone ombelicale. Naturalmente speriamo finisca presto e di non dover più curare questa malattia, che deve essere prevenuta, però era il momento di dare l’esempio tutti insieme e io sono contento e orgoglioso di aver risposto in prima linea come tanti colleghi lo hanno già fatto da tanto tempo”.

Con quale stato d’animo va ogni giorno in ospedale?
“La nostra voglia è di salvare più persone possibili. Io credo che questo lavoro di squadra, questa vicinanza, questa certezza della presenza dell’altro ci dà la possibilità di avere una maggiore capacità di cura rispetto alla separazione in edifici differenti. Lo stare tutti insieme aiuta non soltanto la prognosi, ma anche la cura. La medicina interna, poi, è al centro nella cura del Covid perché rappresenta il passaggio più importante nella sub-intensiva sia per evitare di andare in rianimazione sia per il cosiddetto step down prima di riportare gli ammalati nelle loro abitazioni. Ho avuto l’onore di potermi mettere al servizio di questi pazienti”.

Ci sono storie di pazienti che l’hanno particolarmente colpita?
“Ci sono tante storie da raccontare, ma due sono davvero incredibili. Nel primo giorno, durante il giro fra i pazienti, ho trovato in rianimazione in coma, intubato, un compagno di classe della scuola media. Michele Mongello, agente di polizia penitenziaria, 48 anni come me, insieme tanti anni fa alla scuola media Sylos di Bitonto. L’ho seguito ogni giorno, fino a quando dopo otto giorni è stato estubato e l’ho portato nel mio reparto di sub-intensiva. Lì abbiamo vissuto insieme una serie di momenti davvero unici”.

Emotivamente forti.
“Lui appena è stato in grado di vedere e riconoscere il suo compagno di scuola ha avuto un momento di commozione e ugualmente io. Il primo WhatsApp che è riuscito a mandare alla sua mamma, senza dirmi niente, era per chiedergli una vecchia foto di noi due, al suo compleanno in prima media, e poi me l’ha mandata. In quella foto io ho la mano sulla sua spalla e le stelle hanno voluto che quella mano sia tornata ad avvolgerlo in questi giorni. Lui è ancora in ospedale, sta facendo riabilitazione, ed è quasi pronto a respirare da solo”.

Parlava di una seconda storia. Ci racconti.
“Il primo giorno che sono entrato, il paziente che era al primo letto era un trapiantato di cuore Covid positivo. Era un collega di Altamura. Mi ha riconosciuto, mi ha fermato e mi ha detto ‘professor Moschetta, lei ha laureato mio figlio’. Io ero presidente di commissione alla laurea in medicina di suo figlio, poi morto per un problema cardiaco durante una partita di calcetto. All’epoca avevo saputo della morte di questo ragazzo ed era andato al funerale, prendendo la parola dall’altare. Il padre mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: ‘Oggi è la data del compleanno di mio figlio’. Ci siamo guardati e ci siamo emozionati. È guarito e adesso è tornato a casa”.

Momenti difficili da dimenticare.
“Chi potrà mai dimenticarli. È un’esperienza unica. Adesso bisogna pensare a curare e guarire quante più persone possibile e limitare al massimo le perdite utilizzando non soltanto la medicina ma anche la umanità, perché i pazienti hanno bisogno di non sentirsi soli. E io sono contento, nel mio piccolissimo, di partecipare a tutto questo”.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy