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LONDRA – Potrebbe essere un colpo – o per lo meno un avvertimento – alla controversa strategia del governo britannico di ritardare la seconda dose di vaccino anti Coronavirus fino a tre mesi, che potrebbe essere adottata anche da altri Paesi come la Germania ma che è stata criticata anche da produttori come l’americana Pfizer.

Questo perché David Longden, 43 anni, infermiere britannico presso il Princess of Wales Hospital di Bridgend, Galles meridionale, ha ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer l’8 dicembre scorso. La sua seconda dose doveva essergli somministrata il 5 gennaio, ma è stata rinviata a marzo in base al nuovo programma delle autorità sanitarie del Regno Unito, ossia vaccinare innanzitutto quante più persone possibili con una sola dose e fornire così un’immunità limitata (stimata a circa il 70%), ritardando il richiamo fino a 12 settimane. Purtroppo, però, l’8 gennaio l’infermiere si è ri-testato dopo alcuni sintomi ed è risultato positivo al coronavirus. 

Longden sfoga il suo disappunto al Times: “Lavoro a stretto contatto con pazienti malati di Covid, Bridgend è una delle aree più colpite e ora, in quanto positivo, non potrò più dare una mano in ospedale. Inoltre, rischio di passare il virus anche al mio partner che è diabetico e ha molti altri problemi di salute. Ricevere la seconda dose del vaccino ci avrebbe fatto stare tutti più tranquilli. Anche perché si vedono purtroppo gli effetti e l’impatto di questa variante del virus molto più contagiosa: durante la prima ondata, nonostante il mio lavoro ero stato molto attento e non mi ero infettato, adesso sì. Nonostante noi infermieri siamo in prima linea, non ci è stata concessa una protezione almeno al 95%, che è quella che ci darebbe la seconda dose. È un colpo doppio per noi”.

Ma il Regno Unito va avanti per la sua strada delle due dosi distanziate. Perché la situazione è disperata. La crisi del Coronavirus oltremanica è nel suo momento più difficile e drammatico. Il governo sta facendo il possibile per fermare la corsa dei contagi esplosi a causa della cosiddetta “variante inglese” del virus e il conseguente boom di ricoveri per Covid: gli ospedali britannici “sono nel momento più difficile della loro storia”, dicono la massima autorità medica del governo, il prof. Chris Whitty, e gli altri responsabili della Sanità pubblica. 

Gli ospedali rischiano di essere travolti di pazienti per Covid entro pochi giorni, tanto che a Londra il sindaco Khan ha dichiarato l’emergenza, come aveva fatto per la strage della Grenfell Tower e l’attentato terroristico dell’Isis sul London Bridge nel 2017. Il prof. Marcel Levi, a capo degli University College Hospitals, è drammatico: “Di questo passo, saremo costretti in alcune strutture a curare solo pazienti Covid”. Che nella capitale, dove la situazione è allarmante, oramai crescono di 800 al giorno. Sbaragliato, su base nazionale, il picco di ricoveri di aprile (19mila): ora siamo a ben oltre 32mila, +60%.

Solo oggi sono stati registrati 1243 morti per Covid, secondo record negativo di sempre in Uk: ora i decessi dall’inizio della pandemia sono oltre 83 mila. Secondo uno studio citato dal Guardian, una persona su cinque, ossia almeno 12,4 milioni, hanno o hanno già avuto il virus in Inghilterra. Nei quartieri orientali londinesi di Dagenham e Barking, falcidiati dalla variante inglese del virus, si stima che addirittura il 50% degli abitanti abbia contratto il Coronavirus dall’inizio della pandemia e che attualmente sia infettata una persona su venti in quelle aree. Si calcola che al momento una persona su 50 abbia il virus in Regno Unito e una su trenta a Londra. 

Per questo, oltre al lockdown annunciato il 3 gennaio e che potrebbe durare almeno fino a Pasqua, il governo di Boris Johnson ha annunciato due settimane fa una soluzione radicale, ma criticata da vari esperti. E cioè il Regno Unito, che ha 100 milioni di dosi del vaccino di Oxford (approvato nonostante le riserve di Ue e Usa), 40 milioni di quello Pfizer e altre 15 di Moderna, ha difatti deciso di allungare al massimo la finestra temporale tra prima e seconda dose con l’obiettivo di vaccinare innanzitutto quante più persone con una singola somministrazione.

L’obiettivo è estendere soprattutto ai più deboli un’immunizzazione, seppur parziale, nel più breve tempo possibile, invece di completare il ciclo di vaccinazione con la seconda dose dopo 3 settimane, un metodo che però coinvolge un numero minore di cittadini. Per questo il governo Johnson corre spedito e conta di vaccinare entro febbraio, con una o due dosi, almeno 15 dei 25 milioni di persone a rischio e cercare di frenare così la conta dei morti.

Ma la misura ha destato polemiche, che cresceranno con il caso dell’infermiere Longden. L’agenzia del farmaco Mhra, inoltre, ha deciso di approvare ed estendere a 12 settimane l’attesa tra prima e seconda dose non solo per il vaccino di Oxford ma anche per quello di Pfizer, irritando gli americani, che hanno protestato: “Noi lo abbiamo testato solo a tre settimane di distanza, nessuno ci ha avvertito”.

Anche all’Ema non sono convinti della decisione britannica di non richiamare i vaccinati per la seconda dose dopo 3-4 settimane, come era inizialmente previsto. Un’alta fonte dell’agenzia del farmaco europea ha detto alla Reuters che vanno ancora sondate le “12 settimane di attesa tra la prima e la seconda somministrazione” annunciate ieri dagli inglesi: “È arduo interpretare questi studi: inizialmente AstraZeneca aveva previsto quattro settimane, poi in alcuni test in Uk hanno aspettato dieci, altri in Brasile 6, infine 12”. Se il vaccino di Pfizer (più costoso e difficile da conservare, a -70 gradi) ha un’efficacia di oltre il 90%, i rappresentanti dell’Mhra hanno parlato per Oxford dell’80% (invece dell’iniziale 62%) con due dosi distanziate da tre mesi e hanno calcolato il 70% di immunizzazione 21 giorni dopo la prima dose.

Fonte: Repubblica

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