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PARIGI – «Imputato Salah Abdeslam, le chiedo di confermare la sua identità». «Tengo innanzitutto a testimoniare che Allah è l’unico dio e che Maometto è il suo messaggero». «Questo lo vedremo dopo». Nel dialogo surreale tra un jihadista non pentito e il presidente della Corte d’assise di Parigi è riassunta la sfida che si è aperta ieri, affermare la superiorità dello stato di diritto nella lotta contro l’odio fondamentalista in una Francia che non è ancora uscita dalla stagione del terrorismo islamista.

Anzi, l’apertura del più grande processo penale dal dopoguerra per giudicare i responsabili delle stragi del 13 novembre 2015 – oltre 1800 parti civili, tra parenti delle vittime, centinaia di feriti e sopravvissuti – non fa che aumentare la minaccia, com’è accaduto un anno fa quando tre attentati, tra cui quelli contro il professore Samuel Paty e la basilica di Nizza, hanno accompagnato le udienze per gli attacchi a Charlie Hebdo. «Il rischio è elevato» sottolinea il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin. «Il contesto internazionale non ci aiuta» spiega una fonte dell’intelligence francese con gli occhi puntati sulla Ville Lumière qualche settimana dopo la vittoria dei talebani in Afghanistan e a pochi giorni dall’anniversario dell’11 Settembre.

Centinaia di agenti pattugliano il quartiere intorno al Palazzo di Giustizia nell’Île de la Cité, ma in queste ore prevale l’emozione del pellegrinaggio silenzioso di tanti famigliari delle vittime diretti verso la nuova aula bunker. Molti avanzano lo sguardo basso, indossando al collo un nastrino rosso per far capire che non vogliono parlare con i giornalisti. Una ventina di psicologi sono a disposizione.

Il cinquantenne Thierry Mallet era al Bataclan, si è salvato nascondendosi in un camerino. «Li voglio vedere in faccia» dice a proposito dei venti imputati, quattordici presenti in aula. «Non li perdonerò mai» aggiunge il volto coperto da una mascherina a stelle e strisce con scritto “Hard rock”.

Paul-Henri, 70 anni, era un vigilantes fuori dallo Stade de France. Ha guardato negli occhi uno dei kamikaze prima che si facesse esplodere. «Mi piacerebbe che si rendessero conto di quello che hanno fatto, ma è realista?» chiede senza aspettare risposta. Altri non sono venuti, aspettano per decidere, come i genitori di Valeria Solesin, uccisa nella sala concerto, sapendo che sarà una traversata nel dolore lunga nove mesi: la sentenza non arriverà prima di maggio.

L’attesa è tanta, forse troppa, tra martiri che non possono più parlare e fantasmi incombenti. Dietro ai vetri blindati, molti sono piccoli delinquenti convertiti alla jihad della banda di Moleenkek, la periferia di Bruxelles diventata vivaio dell’Isis. Sei imputati sono latitanti o presunti morti in Siria, come il “cervello” degli attacchi Oussama Atar e i fratelli francesi Clain, che avevano rivendicato l’attacco a nome dello Stato islamico.

Il kamikaze riluttante Abdeslam, belga-marocchino di 31 anni, non ha mai spiegato perché non si è fatto esplodere quella notte. Professione? chiede il presidente della Corte d’assise. «Combattente islamico». «Qui c’è scritto: precario», risponde il magistrato provocando qualche sorriso tra gli avvocati.

Da sei anni il decimo uomo del commando è rimasto in silenzio, sorvegliato 24 ore su 24 in regime di isolamento. A metà pomeriggio, uno degli imputati sviene. L’avvocato spiega che è provato dalle condizioni di detenzione. «Siamo degli esseri umani, ci trattate come dei cani», insorge Abdeslam, capelli corvino, barba folta, vestito di nero, compresa la mascherina.

Passa le giornate in cella a pregare e a fare sport, come si capisce dal fisico palestrato. «Ci sono stati 130 morti, bastardo», urla la madre di un ragazzo morto al Bataclan. Tra shock e provocazioni, il lavoro della giustizia sarà impervio. «Non siamo in un tribunale ecclesiastico ma in un tribunale democratico» commenta Jean-Louis Périès. Il sessantenne presidente della Corte d’assise fa un breve preambolo prima di cominciare l’udienza. «Iniziamo un processo definito fuori dal normale ma – è la raccomandazione – dobbiamo rispettare la norma e quindi la legge, a cominciare dal diritto alla difesa».

Fonte: Repubblica

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