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PECHINO  – Ieri è stato un giorno intenso per la propaganda di Cina e Russia. Ma anche uno di quei giorni in cui lavorare è semplice.

Le immagini arrivate da Washington, il presidente uscente che aizza la folla, il Campidoglio invaso, i poliziotti con le pistole spianate, quattro morti, offrivano un materiale perfetto da trasmettere ai telegiornali di regime o dare in pasto ai social, senza bisogno di troppe drammatizzazioni. Stavolta era l’evidenza a supportare la tesi che Pechino e Mosca portano avanti da tempo: l’America è un egemone in declino, una superpotenza che pretende di dettare la direzione al mondo, di ergersi a giudice o poliziotto globale, ma che non è in grado neppure di risolvere i problemi dentro casa.

Un Paese con un sistema elettorale “arcaico ed esposto alle violazioni”, come ha dichiarato il ministero degli Esteri russo. O addirittura al “collasso interno”, come ha scritto il quotidiano più affilato di Pechino, il Global Times.

Assalto alla democrazia, le ore che hanno ferito l’America – Il videoracconto

749782 thumb rep videoracconto washington060120 - Russia e Cina festeggiano "una democrazia al collasso"

Come tradizione Xi Jinping e Vladimir Putin non hanno parlato, lasciando che a farlo fossero i luogotenenti o le penne di regime. Ma la crisi senza precedenti degli Stati Uniti li rafforza, dentro e fuori i confini, perché di fronte al disordine americano risulta più forte la loro proposta di ordine autoritario.

In Russia il noto commentatore filo-Putin Vladimir Solovjov ha tenuto una diretta YouTube intitolata “La Majdan di Washington”, allusione alle proteste in Ucraina dell’inverno 2013. Rt, megafono globale della propaganda del Cremlino, titola “Assalto al Campidoglio” e accompagna le immagini dell’irruzione con musiche drammatiche.

In Cina invece il riferimento è alle proteste di Hong Kong, ai ragazzi mascherati che nel 2019 fecero irruzione nel Parlamento e che gli Stati Uniti hanno difeso come paladini della democrazia. “È il karma”, scriveva ieri un utente sui social in mandarino, sempre più nazionalisti. “Splendida visione”, ironizzavano altri, riprendendo le parole con cui la speaker Nancy Pelosi, proprio lei a cui hanno invaso l’ufficio, descrisse le manifestazioni di Hong Kong.

Sia per Pechino che per Mosca la debolezza degli Stati Uniti apre una finestra di opportunità. L’obiettivo delle campagne di disinformazione pilotate dal Cremlino non era mai stato sostenere un coerente messaggio filo-Trump, quanto sovvertire le istituzioni democratiche statunitensi e seminare il caos. Il presidente uscente è stato un mezzo per il fine.

Tanto che ieri il presidente della Commissione Esteri del Senato russo Kosaciov poteva gongolare: “La democrazia ha cominciato a zoppicare con ambedue le gambe. L’America non traccia più la direzione di conseguenza. Ha perso ogni diritto di stabilirla. E tanto più d’imporla ad altri”.

Per la Cina, potenza emergente, l’opportunità è anche più grande. Da tempo la leadership comunista è convinta che gli equilibri globali stiano cambiando in suo favore, che il modello socialista sia più efficace nell’affrontare le sfide del mondo globalizzato rispetto alle democrazie liberali. La lotta al coronavirus, che Pechino ha contenuto facendo ripartire la propria economia prima di tutti, ne è la conferma.

Le rivolte negli Stati Uniti una controprova. Ieri la portavoce del ministero degli Esteri ha sottolineato questi punti con chirurgica abilità: “Specialmente nella situazione critica della pandemia, speriamo che il popolo americano possa al più presto godere di pace, stabilità e sicurezza”. Sottinteso, quelle che il Dragone ha già ritrovato. È una retorica che ha presa sui cittadini cinesi, per cui l’ordine è la chiave della legittimità che riconoscono al Partito.

Sotto questo aspetto si misura la distanza tra la Cina e la Russia che ha subito l’epidemia tanto quanto le democrazie occidentali. Ed è diverso anche il modo in cui Mosca e Pechino hanno provato a sfruttare il disimpegno americano sul fronte internazionale, accelerato da Trump, per ridisegnare un ordine multipolare: Putin puntando soprattutto sulle armi, dal Medio Oriente al Mediterraneo, Xi provando ad accreditare la Cina come campione della globalizzazione e penetrando le istituzioni internazionali.

Per il leader russo il rapporto con Biden si annuncia in salita, Xi Jinping spera invece che il nuovo presidente Usa allenti l’offensiva anticinese e gli dia più tempo per rafforzarsi. Il Dragone sa di essere indietro rispetto al rivale, ma il drammatico finale dell’era Trump gli dà fiducia.

Fonte: Repubblica

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