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112006549 e07c7ee6 a7d9 4859 b94b 6ddf99c9b659 - Sahel, il dilemma della Francia: trattare con i "terroristi"?

LA GUERRA contro il terrorismo jihadista nel Sahel è perduta? La Francia e i paesi del G5 farebbero meglio a trattare con i terroristi di Al Qaeda nel Maghreb Islamico e degli altri gruppi che spadroneggiano nella regione? Dovrebbero fare quello che fanno gli americani con i talebani in Afghanistan?

Sono queste le domande centrali che si porranno il presidente francese Emmanuel Macron e i leader del “G5”, l’organismo che unisce i 5 paesi del Sahel interessati dalla insorgenza armata. Macron interviene oggi in videoconferenza a un incontro con il “G5” che si tiene a Njamena, la capitale del Ciad. I leader di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger partecipano al vertice di due giorni in cui per la prima volta proveranno a coordinare qualcosa come una accettazione del ruolo delle bande terroristiche nel governo della regione.

Per la prima volta infatti si incrociano due tendenze che potrebbero portare a trattare con i terroristi: la tendenza della Francia a ridurre la sua presenza militare. L’accettazione da parte di Parigi del concetto “non si vince solo con le armi”. E dall’altra parte quella dei governi della regione che vogliono provare a risolvere con un negoziato politico e nazionale i contrasti affrontati per anni con le armi.

Solo un anno fa la Francia aveva aumentato la sua presenza militare nel Sahel, passando da 4.500 a 5.100 soldati, ma i jihadisti mantengono il controllo di vaste aree e continuano a condurre attacchi. Quest’anno sono già 6 i caschi blu delle Nazioni Unite uccisi in Mali, mentre da dicembre hanno perso la vita 5 soldati francesi: in tutto 50 militari francesi sono morti in 8 anni.

Per anni Parigi ha sempre rifiutato ogni negoziato politico con gli insorgenti: “Noi non trattiamo con i terroristi”. Ma poco alla volta la diplomazia e i servizi francesi si sono accorti che i governanti locali non riuscivano a seguire questa linea, erano tentati oppure costretti a prender contatto con i gruppi terroristici, nel tentativo di sopravvivere individualmente ma anche di iniziare a fermare uno scontro armato che da anni devasta la regione.

Nei giorni scorsi per la prima volta il Burkina Faso ha dichiarato di essere pronto a negoziare con gli islamisti. “Se vogliamo risolvere questa crisi, dobbiamo trovare un percorso e la possibilità di parlare con quelli che sono i responsabili di questi attacchi terroristici”, ha detto il primo ministro Christophe Dabirè in parlamento. In Mali molti leader politici iniziano a pensarla allo stesso modo: il Nord del paese dal 2012 è sotto controllo di gruppi armati jihadisti e da formazioni di indipendentisti tuareg.

La Francia per anni ha ostacolato ogni tentativo dei governi e regimi locali di negoziare con i terroristi. Ma di recente, sotto la pressione degli insuccessi, dei morti, delle altre crisi che Parigi è costretta a fronteggiare, Macron ha iniziato a cambiare approccio. Adesso anche la Francia sembra pronta a trovare un via d’uscita che la porti soprattutto a ridurre l’impegno per la sua “Operazione Barkhane”, la missione militare a cui è stata affiancata la missione “Takuba” con alcuni alleati europei fra cui l’Italia.

Parallelamente, anche con un’azione di destabilizzazione molto attiva della Russia, le popolazioni locali iniziano a manifestare pubblicamente contro la Francia. Creando un contesto sempre più difficile per la presenza militare e anche politica dell’ex potenza coloniale in questi paesi.

Alcuni analisti citati dal Financial Times spiegano l’accelerazione nell’idea di negoziato da parte dei governi locali: “Meglio iniziare a trattare adesso, con i francesi ancora presenti con le forze militari, che negoziare quando i francesi avessero iniziato a ritirarsi come stanno facendo gli americani in Afghanistan”.

I dati raccolti dall’analista Jose-Luengo (sempre citato dal Ft) confermano che il 2020 è stato l’anno più difficile in termini di perdite di vite umane: i morti in Burkina, Niger e Mali sono stati 6256, includendo soldati, terroristi, miliziani e civili. Un aumento del 30 per cento rispetto al 2019.

La minaccia principale è quella dello Stato Islamico nel Grande Sahara, una formazione sorella dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Ma ci sono altri gruppi, più o meno collegati a gruppi etnici e a gruppi di criminali e contrabbandieri, che rendono difficile la vita alla Francia nella regione. Lo Stato Islamico per esempio viene sfidato nella regione dallo JNIM, Jamaat Nusrat al Islam wal Muslimin (Gruppo di sostegno all’Islam e ai Musulmani), una federazione di milizie legate ad Al Qaeda.

L’evoluzione politica e militare in tutto il sahel riguarda direttamente l’Italia. I governi Conte, dopo anni di riflessione, hanno deciso di partecipare alla missione militare “Takuba”, offrendo sostegno ai francesi. Ma poi hanno aperto un’ambasciata in Niger così come stanno per farlo in Mali. Tutto il Sahel è il grande “ventre molle” attraverso cui passano i traffici che raggiungono il Nordafrica, la Libia e quindi il Mediterraneo. In qualche modo, la profezia nera del colonnello Muammar Gheddafi (“se attaccate me in Libia il terrorismo si scatenerà nel Sahel”) si è avverata. E di sicuro per anni l’Europa dovrà correre dietro i danni prodotti da quel cambio di regime in Libia.

Fonte: Repubblica

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