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“Non legheremo il destino del popolo iraniano alla volontà di potenze straniere”. Nel giorno dell’investitura alla presidenza, Ebrahim Raisi promette un Iran forte e indipendente, immune dalle pressioni occidentali e più rivolto verso est, verso la Cina e la Russia. Ma la navigazione inizia in acque tempestose.

Raisi dovrà trovare un compromesso tra la retorica anti-occidentale e l’urgenza di affrontare le tre crisi che minacciano la tenuta sociale del Paese: il Covid, con gli ospedali di Teheran di nuovo saturi e oltre 300 vittime registrate il 3 agosto, la crisi economica e la guerra ombra con Israele che rischia di far saltare definitivamente i negoziati di Vienna.

Ieri Raisi ha ricevuto l’investitura da Khamenei. Giovedì si presenterà davanti al Parlamento, chiederà la fiducia e sottoporrà ai parlamentari una prima lista dei suoi potenziali ministri.

Sulla carta, la congiuntura politica è a suo favore. Il religioso di Mashhad governerà con un parlamento amico, controllato dai conservatori, e un potere giudiziario che ha lasciato nelle mani del suo ex vice, l’ultraconservatore Gholamhossein Mohseni Ejei. L’apparato militare e industriale dei Pasdaran è in larga parte schierato con lui.

Lavoreremo per rimuovere le “ingiuste” sanzioni, ma “non faremo affidamento sugli stranieri”, ha ribadito, evocando l’invito di Khamenei a non fidarsi dell’Occidente. Ma il nuovo presidente dovrà far i conti proprio con l’Occidente se vuole far ripartire l’economia.

L’idea del gruppo dirigente che ha sostenuto la sua ascesa è che nella nuova era cinese una nuova alleanza con Pechino, con Mosca e con i partner regionali possa “liberare” definitivamente il Paese dalla dipendenza dagli Stati Uniti e dall’Europa. Ma si tratta di un obiettivo per certi versi velleitario, come ha ammesso il presidente uscente Rouhani nel suo ultimo discorso alla nazione: nel breve termine non abbiamo altra scelta che rimuovere le sanzioni tramite il dialogo, ha spiegato, a lungo termine se la nostra gente sarà con noi allora potremo resistere e diventare autosufficienti.

Senza la rimozione delle sanzioni anche per la Cina, primo acquirente del petrolio iraniano, è sempre più complicato fare affari in e con l’Iran. I negoziati di Vienna per il ritorno all’accordo nucleare del 2015 che erano stati avviati a marzo sono in una fase di stallo.

L’amministrazione americana ha fatto sapere che è disposta a riprendere le trattative ma che la finestra di tempo utile non resterà aperta all’infinito. Per Washington, il ritorno al Jcpoa dovrebbe essere la base per nuovi negoziati che includano il programma missilistico e l’influenza regionale dell’Iran. Gli iraniani chiedono garanzie sulla permanenza degli Stati Uniti nell’accordo e la rimozione di Raisi dalla lista delle sanzioni.

A giugno, il segretario di Stato americano Anthony Blinken ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero revocare alcune sanzioni “incoerenti con il Jcpoa”. Un approccio più duro nelle trattative da parte della nuova amministrazione iraniana potrebbe indebolire le aperture americane in un momento in cui crescono le pressioni esterne.

Pochi giorni fa, la petroliera Mercer, tra i cui proprietari c’è anche un armatore israeliano, è stata attaccata nel Golfo dell’Oman. Sono morte due persone, un britannico e un rumeno. Stati Uniti, Regno Unito, Romania e Israele accusano l’Iran per l’attacco, Teheran ha negato ogni coinvolgimento, ma i toni si sono alzati come mai era accaduto da quando Biden è presidente. Blinken ha promesso una riposta congiunta, l’Iran ha riposto che reagirà con durezza a qualsiasi minaccia ai suoi interessi.

Ieri c’è stato un nuovo incidente, con una petroliera dirottata al largo delle coste emiratine. I britannici sospettano il coinvolgimento dell’Iran. Teheran, di nuovo, nega e parla di manovre “sospette” che mirano a creare una “falsa atmosfera” contro la Repubblica islamica. Sono solo gli ultimi episodi di una guerra ombra tra Israele e l’Iran che va avanti dal 2019, con attacchi a navi e petroliere legate a Israele, e operazioni contro siti nucleari iraniani come quello di Natanz. Una partita a scacchi militare che non è deflagrata in conflitto ma rende più complicato il ritorno al tavolo del negoziato, a Vienna.

Fonte: Repubblica

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