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Non bastava la mancanza di docenti di cui la scuola pubblica soffre da sempre o l’accesso quasi blindato alla specializzazione, ad agitare le acque del complicato settore dell’insegnamento per studenti con disabilità arriva la concorrenza dei titoli ottenuti all’estero. Dalla Spagna alla Romania, sono tante le università straniere che offrono la possibilità di specializzarsi come docenti di sostegno evitando test di ingresso e tirocini formativi. Per capire fino in fondo la questione, però, vale la pena ricordare a che punto siamo con il sostegno nella scuola italiana.

Numeri in aumento

A parlare chiaro sono i numeri: secondo il rapporto Istat “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità 2019-2020”, gli studenti con bisogni speciali in Italia sono 300mila, 13mila in più rispetto all’anno prima, a fronte di 176mila insegnanti di sostegno. Oltre all’evidente, e già noto, problema della mancanza di docenti dedicati, ben il 37 per cento di quelli che hanno ottenuto una cattedra per il sostegno non ha le competenze adeguate. Un paradosso, questo, se si pensa che chi decide di dedicarsi esclusivamente a questo mestiere, oggi, deve sostenere un percorso lungo e accidentato verso la specializzazione. O almeno questo è quello che capita a chi decide di restare nel nostro Paese e tentare qui i test, rischiando di restare in panchina nonostante punteggi di tutto rispetto.

Pochi posti a bando

È quanto successo a 13mila professionisti risultati idonei al tirocinio formativo attivo dello scorso anno, ma impossibilitati a specializzarsi perché i posti messi a bando sono di gran lunga inferiori. Rimasti fuori nonostante il fabbisogno e che, ora, si vedono scavalcare da chi ha già ottenuto un titolo, ma preso oltreconfine. A destare maggiore malumore sono le specializzazioni prese in Spagna e Romania, paesi dove l’approccio alla disabilità è molto differente rispetto a quello italiano. In Catalogna, ad esempio, i ragazzi con disabilità vengono inseriti in apposite classi speciali e separate, mentre in Romania la figura dell’insegnante di sostegno non esiste.

In Italia selezione durissima

“In Italia per accedere ai percorsi di specializzazione per le attività di sostegno bisogna affrontare una selezione durissima a causa dei pochi posti messi a bando, soprattutto al Nord dove il fabbisogno è superiore. Il percorso all’estero non prevede alcuna selezione per l’accesso. È evidente che già a monte c’è una netta disparità tra i due titoli” racconta Marina del Coordinamento Idonei Sostegno V ciclo, gruppo di docenti attivo nel dare risalto a questa battaglia. Eppure, il decreto ministeriale 51 del 3 marzo 2021 ha chiarito che l’inserimento dei docenti specializzati all’estero nelle graduatorie provinciali è previsto solo se il titolo è passato al vaglio, e quindi validato, dal Miur. Proprio lo stesso Ministero ha bloccato innumerevoli istituti, tra cui molti proprio in Romania e a Cipro. Nonostante questo, però, le province italiane vanno in ordine sparso a colpi di ricorsi al Tar. Nella sola Palermo, dopo che il Tar Sicilia ha accolto l’istanza dei ricorsisti con titolo estero, sono entrati con riserva nelle liste per insegnanti di sostegno 400 docenti con specializzazione presa fuori dal Paese, su 600 totali della regione. Basta spostarsi di poco, a Trapani, dove invece chi ha una specializzazione non italiana resta fuori. Non solo in Sicilia, il caos sull’applicazione della norma è la regola ovunque. A Bari vale solo la specializzazione italiana, a Genova rientrano tutti in graduatoria e alcuni hanno già ottenuto il ruolo.

All’estero abilitazione semplificata

“In un Paese come l’Italia dove la normativa sui diritti degli alunni disabili e con bisogni educativi speciali è fra quelle più avanzate nel panorama internazionale, sembra davvero paradossale poter immaginare un docente di sostegno divenire tale semplicemente acquistando un titolo all’estero perché è la strada più breve e facile per ottenerlo” dice perentoria Angela, anche lei del Coordinamento Idonei Sostegno V ciclo. Oltre alla disparità nell’accesso al corso di specializzazione, dove in Italia c’è un test rigoroso mentre all’estero no, anche la mancanza di tirocini formativi e lezioni seguite totalmente da remoto sono elementi che creano perplessità sulla reale preparazione che questi corsi danno ai futuri insegnanti.

Al di là della mera burocrazia universitaria, dietro all’esperienza di un insegnante di sostegno e alla sua preparazione più o meno rigorosa c’è un percorso di studi di centinaia di ragazzi con bisogni particolari da affiancare. Ne è convinta Chiara, anche lei risultata idonea e in attesa di specializzarsi: “In Italia aumentano i casi di ragazzi che hanno bisogno di assistenza per affrontare il loro percorso di studi. In questo ambito l’insegnante di sostegno è una figura che agisce costruendo una relazione empatica basata sull’ascolto attivo. Non può diventare un mestiere di ripiego, agguantato percorrendo scorciatoie e sorpassando coloro che hanno agito nel rispetto della severa legge italiana. È necessario agire ora”.

Fonte: Repubblica

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