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PARIGI François Hollande nella notte del 13 novembre 2015 pronunciò un discorso alla Nazione: «È un orrore», disse l’allora presidente francese. «Non è stata una dichiarazione per sfogare la mia emozione — spiega oggi — era il modo di giustificare una risposta dello Stato che doveva essere all’altezza dell’attacco. Sono stato colpito, come ogni essere umano, dalla mostruosità di ciò che stava accadendo, ma anche dalla responsabilità che avevo come presidente».

Cosa dirà al processo nel quale è chiamato a testimoniare?
«Si tratta di un processo doloroso, senza precedenti per le sue dimensioni, ed eccezionale perché rivelerà una storia, quella dello Stato Islamico e degli attacchi che ha commesso, non solo in Francia».

Dovrà spiegarsi su eventuali responsabilità.
«Non è un processo allo Stato o ai servizi di sicurezza. Ci sono già state commissioni d’inchiesta. Questo è il processo a imputati che hanno commesso atti di estrema crudeltà. Per quanto mi riguarda dovrò spiegare perché ho deciso a nome della Francia di impegnare forze in Mali e nel Sahel, poi in Iraq e in Siria, per lottare contro il terrorismo internazionale. Dimostrerò che ci sono stati attacchi in paesi che non hanno organizzato alcun intervento militare, come la Germania. Il terrorismo colpisce ovunque».

Ha paura che il processo possa riaccendere tensioni interne?
«Non credo che i francesi temano questo processo. Molti vogliono capire la concatenazione degli eventi, le responsabilità e il percorso che porta individui a uccidere i propri connazionali».

I servizi segreti sono stati all’altezza del compito?
«Sapevamo che la minaccia era ad un livello molto alto, che lo Stato Islamico aveva cellule per organizzare attacchi in Europa, conoscevamo un certo numero di individui ma non avevamo il giorno o i luoghi. Abbiamo sventato altri attacchi. Questo è stato di un’altra portata, non solo per il numero di vittime, ma anche per il numero di persone che sono state associate a questa operazione in Belgio, Siria e Francia».

L’impegno nel Sahel è ancora giustificato?
«Pensare che un’operazione esterna possa essere un semplice colpo di fulmine è non capire nulla del fenomeno del terrorismo islamista, che è radicato nella popolazione».

Continua a credere nel “nation building”?
«Le situazioni in Afghanistan e nel Sahel non sono le stesse. Nel Sahel, possiamo dire che gli stati sono deboli ma esistono. In Afghanistan lo Stato era quasi artificiale».

Ma come gli americani in Afghanistan, i francesi si confrontano nel Sahel con eserciti non abbastanza potenti e governi corrotti.
«Queste difficoltà esistono. Ma non è solo la Francia che può assicurare questo tipo di sviluppo o di supervisione degli eserciti. L’Europa deve aiutare molto di più. La Francia non può essere sola nel Sahel».

L’Afghanistan può ridiventare il santuario del terrorismo che era ai tempi dell’11 Settembre?
«No, penso che i talebani abbiano imparato la lezione. Quello che vogliono è applicare la sharia sul loro territorio. Oggi non hanno alcun interesse nel cercare di provocare una reazione dell’Occidente».
 

Fonte: Repubblica

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