Condividi:

È una città morta, una come tante in cui disoccupazione, povertà e corruzione si sono accompagnate negli anni ad un’amministrazione inetta nel Free State. A 60 chilometri da Bloemfontein, la capitale provinciale, c’è una città che ha in sé molti semi del Sudafrica di oggi e di ieri. Da venerdì, con la pubblicazione della gazzetta ufficiale, quella città morta si chiamerà “Winnie Mandela” e questa è la storia di una donna, un uomo, la guerra, e un paese di 3000 anime.

Cominciamo con dire che Mama Winnie in quel luogo è stata a ‘soggiorno obbligato’, deportata con le due figlie in un ghetto di Brandfort. Il nome del posto era stato dato in onore del premier dell’Orange Free State, Johannes Brand, che passò da quel villaggio nel 1866. Si dice che fu meticoloso e neutrale, cercando di tenere insieme afrikaner e inglesi senza successo.  Un secolo dopo, Winnie era costretta a risiedere al numero 802 di Majemasweu, il ghetto di Brandfort. Non poteva uscire, ma comunque aveva impiantato una clinica.

Nel 1976 Soweto aveva iniziato a bruciare, e Winnie era stata lesta a sentire l’odore del fuoco. Nelson Mandela era in galera da undici anni, con l’ergastolo sulle spalle, solo lei poteva essere la sua voce fuori. Non durò molto, l’anno dopo la rinchiusero a Brandfort e ci rimase fino all‘85. La Security Branch, la polizia segreta razzista, aveva sempre una macchina davanti alla porta di casa, e a volte entrava senza nemmeno bussare: un modo per far sentire il fiato dell’apartheid sul collo Madikizela-Mandela.

Andiamo indietro. A metà degli anni Dieci a Brandfort viveva un ragazzo che negli anni Sessanta sarà il vero l’architetto dell’apartheid attraverso leggi e codici. Nato ad Amsterdam nel 1901, con i suoi genitori, molto religiosi, si trasferì in Sudafrica, da lì in Rhodesia e poi di nuovo in Sudafrica, a Brandfort nel 1917. Luterano, il padre era ministro della fede e aveva assunto l’incarico in quel Paese. Il figlio, Hendrik Verwoerd, dopo essersi laureato a Stellenbosh ha studiato ad Oxford, con i nazisti in Sudafrica e dopo il conflitto iniziò a scalare la vetta della politica. Verwoerd ricorda sempre Brandfort e se può ci passa. C’è anche un altro motivo per venirci. Gli inglesi hanno messo a punto i campi di concentramento nella Seconda guerra anglo-boera. La primizia in realtà è un tentativo spagnolo a Cuba dell’800, loro lo sistemano in un disegno complessivo il cui risultato fu la morte di 26mila persone, tra donne e bambini afrikaner ridotti alla fame. Uno dei campi di prigionia è a Brandfort e per lui è importante ricordarlo.

Winnie e Verwoerd si incontrano, indirettamente, negli anni ‘60. Lui organizza l’apartheid in modo sistematico, arrivato alla carica di premier nel ’58, con un referendum abbandonò la regina e proclamò la repubblica nel ’62 – e nel ’66 fu ucciso. Lei, il marito in carcere, si danna per tirar su le figlie, e la vita si fa complicata quando viene deportata a Brandfort. C’era soltanto terra invece che pavimenti, poco da mangiare, vetri rotti. La casa era formata da una cucina, un salotto, le camerette, non aveva luce e l’acqua veniva e non veniva, ma in ogni caso lottare contro l’apartheid era in cima ai suoi pensieri. Di notte, qualcuno talvolta giungeva con notizie fresche. “Mi ricordo il primo incontro… uscita di casa la polizia mi ferma. Volevano sapere cosa facevo da quella. Niente da fare, non ho parlato. Mi hanno portato a Bloemfontein e mi hanno torturato”, rammentava Lidia Mathopa al Sowetan qualche tempo fa.

La casa al numero 802 di Majemasweu è ancora lì, e da anni si dice che sarà destinata a museo ma prima dovranno chiarire dove sono andati a finire i soldi della ristrutturazione. Di Winnie ci sono tante storie, anche brutte e il Democratic Alliance grida allo scandalo. Ma la città prima intitolata a un uomo passato di là nell’800, poi a un campo di concentramento per gli afrikaner all’inizio nel Novecento, amato dal presidente razzista, sarà finalmente dedicata a Mama Winnie.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy