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A Khartoum un silenzio spettrale ha accolto l’alba più nera delle ultime tre settimane di proteste in Sudan. La repressione delle forze di sicurezza delle scorse 24 ore, la più terribile dal 25 ottobre scorso, ha causato almeno 15 morti, più cinque dispersi. Testimoni affermano che erano in strada a manifestare ed erano stati feriti. Ma di loro, negli stracolmi ospedali della capitale, non c’è traccia.

Centinaia le persone assistite e in gravi condizioni per i colpi di arma da fuoco esplosi dalle Rapid support force che hanno disperso brutalmente la folla. L’escalation di violenze in Sudan è deflagrata nel cuore del Paese e si è estesa fino alla regione del Darfur e a Port Sudan.

Nonostante continuino a essere decimati, i manifestanti non recedono. L’Alleanza delle Forze del cambiamento e delle libertà, che comprendono l’Associazione dei professionisti sudanesi e i partiti dell’opposizione, hanno annunciato che le proteste non si fermeranno.

“Non c’è alcuna possibilità di riprendere il dialogo con i militari. Hanno colpito con l’intenzione di uccidere, volevano un altro massacro come il tre giugno del 2019 per fiaccarci. Ma non ci riusciranno. Noi continueremo a lottare per veder affermati i valori della nostra rivoluzione. Abbiamo cacciato Bashir, cacceremo anche loro” afferma Adam Abdelgadir, attivista del Sudan liberation movement raggiunto telefonicamente.

Il colpo di stato che  ha stroncato il processo democratico avviato dopo la firma della dichiarazione costituzionale nell’agosto del 2019,  che aveva sancito l’accordo  tra militari e civili, continua a fare vittime. Prima fra tutte la transizione post-Bashir, dittatore rimasto al potere per trent’anni.

 “Mai vista tanta ferocia – dice attonito Mohamed Abdelnabi, del sindacato dei medici sudanesi – Quella di ieri è stata la giornata più sanguinosa degli ultimi 20 giorni. Tutti i dimostranti uccisi sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alla testa e all’addome. Più volte. Impossibile ogni tentativo di salvarli. Molti sono arrivati già morti. Hanno colpito per uccidere. Ci sono anche giovanissimi. Tra le vittime anche tante donne”.

Sono circa una quarantina, di cui tre poco più che ragazziini, i morti delle proteste riprese il mese scorso e destinate a proseguire.

Seppur imperscrutabile, essendo stata oscurata per ore la rete internet nel Paese e criptate le comunicazioni telefoniche, la situazione appare ormai fuori controllo. Nonostante il black-out in cui sono finiti 45 milioni di sudanesi, determinando così il ridimensionamento delle manifestazioni a cui era attesa un’affluenza di almeno un milione di persone, le notizie del massacro di ieri sono filtrate come l’intenzione dei leader delle rivolte di non recedere dal contrasto al regime militare.

Intanto, il generale Abdel Fattah al-Burhan, autore del golpe che ha esautorato il premier Abdallah Hamdok ancora agli arresti domiciliari, ha insediato il nuovo Consiglio sovrano da lui guidato e non ha alcuna intenzione di rilasciare i ministri civili del precedente governo.

È da escludere, dunque, alcuna soluzione politica, nonostante la forte pressione internazionale, in particolare quella degli Stati uniti che ha intensificato i propri appelli e imposto sanzioni. Il segretario di Stato Antony Blinken, in missione in Africa in questi giorni, ha annunciato che gli Usa sono pronti a sostenere nuovamente il Sudan solo se “l’esercito rimetterà in carreggiata il treno” della transizione.

Ma a leggere il bollettino del Comitato  dei medici sudanesi non sembra proprio che i militari abbiano intenzione di fermare le repressioni.

Fonte: Repubblica

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