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La geografia degli scontri che giovedì mattina hanno fatto almeno 6 morti e trasformato il centro di Beirut in uno scenario di guerra urbana racconta la profondità della faglia che rischia di innescare un altro terremoto politico e di sicurezza in Libano, un Paese dilaniato delle divisioni settarie. Gli scontri a fuoco sono avvenuti all’incrocio tra Ain Al Remmeneh, Chiyah e Tayouneh, lungo la Linea Verde, l’asse di quartieri teatro di violenze settarie durante la guerra civile del 1975. Si tratta di zone cristiane e musulmane: Chiyah è a maggioranza sciita, a Ain Remmeneh vivono molti sostenitori delle Forze libanesi.

La miccia si è accesa durante una manifestazione convocata dal movimento paramilitare sciita, che siede in Parlamento, Hezbollah (Partito di Dio), e dalla formazione sciita sua alleata Amal, guidata dalpresidente Parlamento Nabih Berri, per chiedere la rimozione del magistrato Tarek Bitar, che da febbraio guida l’inchiesta più delicata della storia politico-giudiziaria libanese dopo quella sull’omicidio di Hariri: l’indagine per accertare le responsabilità dell’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020 che fece 214 morti e 7mila feriti. L’esplosione fu causata da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio malamente accatastate nel porto di Beirut, senza alcuna misura di sicurezza, e senza che la classe politica del Paese – in larga parte cosciente del pericolo che quel materiale costituiva per la sicurezza pubblica, come diverse inchieste hanno poi dimostrato – muovesse un dito. Interi quartieri al ridosso del porto furono in gran parte danneggiati, aggravando la crisi economica e sociale che attanaglia il Libano da tre anni. 

Bitar è stato nominato in sostituzione di Fadi Sawan, magistrato rimosso dall’incarico dopo che due ex ministri avevano fatto ricorso contro le sue richieste di incriminazione. Sawan aveva chiamato sul banco degli imputati diversi alti funzionari e politici libanesi. L’ex ministro dei Lavori pubblici, Youssef Fenianos, accusato di negligenza; l’ex primo ministro Hassane Diab; l’ex ministro delle Finanze Ali Hassan Khalil e l’ex titolare dei trasporti Ghazi Zeaïter. Khalil e Zeaïter sono deputati del movimento sciita Amal. Il quotidiano libanese l’Orient le Jour spiega che Sawan voleva procedere anche nei confronti di Georges Haswani e Issam Khouri, “due uomini d’affari siriani vicini al regime di Bashar al-Assad, che sarebbero stati implicati nell’importazione del nitrato di ammonio in Libano”. Una linea rossa che non andava superata ma che Bitar non si è preoccupato di oltrepassare.

“È mio dovere assicurare la verità alle vittime e alle loro famiglie”

Bitar, 47 anni, originario di Aydamoun, nel nord del Libano, ha fatto una carriera tutta dentro la magistratura penale, e si è costruito la fama di magistrato onesto e non corrotto. Vive in un appartamento nel nord di Beirut con sua moglie, una farmacista, e i loro due figli. Molti suoi sostenitori chiedono ora che la sua famiglia e lui stesso vengano protetti dallo Stato. 

“Il caso della doppia esplosione al porto di Beirut è sacro. Ormai è una missione di cui sono garante. Abbiamo il dovere nei confronti delle vittime di venire alla verità”, ha detto a L’Orient le Jour subito dopo la nomina nello scorso febbraio. Raccogliendo il testimone di Sawan, Bitar è andato avanti chiamando alle proprie responsabilità funzionari govenativi e politici. Due giorni fa ha emesso un mandato di cattura in contumacia contro Hassan Khalil, che si era rifiutato di essere ascoltato e ha presentato ricorso contro la decisione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al magistrato. 

163214397 237ceace acb6 41fa bfaa 87a5ec290e37 - Tarek Bitar, il magistrato che in Libano vuole portare a processo la classe politica
Supporter di Hezbollah protestano contro il giudice Bitar che indaga che sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020 (ansa)

Nel mirino di Hezbollah e Amal

Gli scontri di giovedì mattina sono maturati in questo clima. Hezbollah e Amal hanno lanciato una dura campagna contro il magistrato, accusandolo di portare avanti una operazione politica per screditarli e hanno convocato una manifestazione per chiedere la sua destituzione. Il corteo dei sostenitori è arrivato fino alla sede dell’ambasciata americana a Beirut: i manifestanti accusano Bitar di essere “un pupazzo” nelle mani degli Stati Uniti, e hanno bruciato cartelloni con la sua foto e quella dell’ambasciatrice Usa in Libano, Dorothy Shea. 

Amal e Hezbollah sostengono che a sparare sulla loro gente siano stati “gruppi appartenenti al partito delle Forze libanesi”, i falangisti cristiano maroniti di Samir Geagea, di aver sparato ai loro sostenitori impegnati in una protesta pacifica. Geagea ha risposto sostenendo che “la causa principale di questi incidenti sono le armi diffuse illegalmente e che minacciano i cittadini in ogni momento”. Ieri il leader cristiano maronita aveva accusato Hezbollah di voler intimidire i giudici dell’inchiesta, invitando i libanesi a essere pronti a uno sciopero “pacifico” se l’altra parte avesse cercato di imporre la propria volontà con la forza. 

Ostaggio di queste faide politiche e settarie che hanno portato il Libano alla rovina, i cittadini sembrano aver trovato nel giudice Bitar un punto di riferimento nella battaglia contro una élite corrotta e criminale. “È coscienzioso e audace allo stesso tempo. Queste sono qualità essenziali per un giudice”, ha dichiarato al France24 Yousef Lahoud, uno degli avvocati che rappresentano le famiglie delle vittime. Di fronte alle accuse di faziosità e politicizzazione, i sostenitori del magistrato difendono la sua indipendenza ed è riuscito a posizionarsi al di fuori di un sistema politico di clientelismo in base al quale i partiti fanno affidamento sulla fedeltà settaria per ottenere ciò che vogliono.

Fonte: Repubblica

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