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PECHINO – A far salire la tensione tra Cina e Lituania, sempre più decisa a prendere le distanze dal gigante asiatico, rispunta la questione di Taiwan. Ieri il governo cinese ha richiamato il suo ambasciatore a Vilnius, Shen Zhifei. E ha invitato il Paese baltico a fare lo stesso con la sua diplomatica, Diana Mickeviciene. Perché?

Il 20 luglio il ministro degli esteri taiwanese, Joseph Wu, aveva annunciato l’apertura di uffici di rappresentanza a Vilnius e Taipei per “migliorare la cooperazione economica e l’amicizia tra le due parti”. Annuncio che seguiva quello fatto a marzo dal ministero degli esteri lituano.

Il problema è che l’ufficio che nascerà nella capitale baltica conterrà quel nome, “Taiwan”, che per Pechino rappresenta una linea rossa da non superare, la violazione del principio dell’unica Cina.

Normalmente, nei Paesi con i quali l’isola non ha relazioni diplomatiche formali (e al momento ce le ha solamente con 15 Paesi) il nome usato per questo tipo di uffici – sorta di ambasciate de facto – è Taipei. C’era da aspettarsi una risposta di Pechino. Che, infatti, è arrivata.

La reazione di Pechino

“La decisione viola spudoratamente lo spirito delle relazioni diplomatiche tra Cina e Lituania e mina gravemente l’integrità e la sovranità territoriale cinese”, ha scritto in un comunicato il ministero degli Esteri di Pechino.

Che considera Taiwan una “provincia ribelle” da riunificare, con le buone o con le cattive. “Ci rammarichiamo della decisione cinese”, ha ribattuto il ministro degli Esteri di Vilnius. “Rispettiamo il principio di una Cina, ma siamo determinati a sviluppare le relazioni con Taiwan”. 

Un fastidio non da poco per la leadership comunista visto che l’Europa centro-orientale, da porta d’ingresso per i suoi affari nel Vecchio Continente, rischia di trasformarsi in un portone chiuso a chiave. 

La Lituania, spina nel fianco del Dragone

Da mesi Vilnius è infatti un sassolino fastidioso nelle scarpe del Dragone. Appoggia la riammissione di Taipei nell’Oms e da poco ha inviato 20mila dosi di vaccino al di là dello Stretto di Formosa per rompere l’impasse tra l’isola e la Cina.

Ha preso le distanze da Pechino su temi sensibili come il Xinjiang, definendo “genocidio” la persecuzione contro gli uiguri. Il Parlamento ha votato un emendamento che proibisce ad “enti inaffidabili” la partecipazione nella costruzione della rete 5G, dando tempo a Huawei fino al 2025 di rimuovere le proprie infrastrutture dal suolo lituano.

A maggio si è ritirata pure dal 17+1, il formato messo in piedi dalla Cina assieme ai Paesi dell’Europa centro-orientale (compresi i Balcani) per coordinare gli investimenti della Nuova Via della Seta negoziando direttamente con le nazioni interessate bypassando la mediazione Ue, cercando così di erodere l’influenza americana in Europa.

E già due anni fa aveva respinto la proposta di investimenti cinesi nel porto di Klapeida, spauracchio per quella Nuova Via della Seta nell’Artico che Pechino sta cercando di aprire.

Un’opposizione ai piani cinesi che, secondo Pechino, serve al piccolo Paese baltico anche a guadagnare credito presso Washington, protezione decisiva per la sicurezza nazionale in chiave anti-russa. 

“Un Paese pazzo, minuscolo, pieno di paure, timoroso che se un giorno qualcosa di significativo succederà verrà distrutto di nuovo”, ha scritto in un editoriale sul Global Times, megafono della propaganda del Partito, il direttore del quotidiano Hu Xijin.

“Il modo per liberarsi dalle proprie paure è continuare a fare cose stupide, come attaccare qualsiasi Paese che per gli Stati Uniti rappresentano un nemico. Pagherà il prezzo delle proprie azioni”.

L’Europa centro-orientale contro Pechino

Ma la Lituania è soltanto l’ultimo caso nell’Europa centro-orientale dei rapporti sempre più difficili con Pechino. L’anno scorso undici Paesi dell’area hanno denunciato la repressione cinese a Hong Kong.

Molti hanno aderito alla Clean Network Initiative lanciata da Washington per proteggere le reti di telecomunicazione chiudendo le porte agli investimenti cinesi nel 5G. Ad eccezione di Serbia e Ungheria, fedeli alleate di Pechino, sembra che il vento stia cambiando: pure Repubblica Ceca e Slovacchia hanno aiutato Taiwan inviando dosi di vaccini.

Ecco perché quella porta che la Cina sperava di usare per penetrare in Europa rischia di richiudersi a chiave.

Fonte: Repubblica

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