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224750937 34332fe8 1e26 44a9 a1e5 254a97eeb73d - Tra i miserabili di Lipa: “Perché l’Europa ci lascia morire così?”

LIPA (Bosnia) – Si cammina nel fango, che arriva alle caviglie e più su. Avanza uno giovane, dice “Vedi, ma’am, in che condizioni viviamo. E cosa fa l’Europa per noi? Ci lascia morire così?”. Dopo lui ne arriva un altro, e poi un gruppetto di uomini giovani e per lo più stracciati, e tra questi uno con il giubbetto targato Rugby Brescia, è molto fiero della sua tuta sporca e dice “Italy, portami in Italy, ti prego signora, mettimi nel bagagliaio della tua macchina, fammi passare il confine”. E questi sono i miserabili del campo di Lipa, un posto dove sopravvivono circa mille persone, ché vita questa non è, forse non lo era neanche prima.

Il 23 dicembre è andato a fuoco, e se anche il fuoco lo hanno appiccato questi stessi profughi, il posto non meritava altro, visto che non c’erano acqua né luce, era una tendopoli costruita in fretta su questo altopiano gelato, trenta chilometri da Bihac, 60 dal confine con la Croazia, cioè l’Europa, cioè noi.

È la rotta balcanica, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il fuoco dell’incendio che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine. I bosniaci l’hanno tirata su ad aprile per controllare l’emergenza Covid tra i migranti, peccato che nessuno di questi abbia una qualche mascherina sulla faccia. Poi se ne trova una nera e molto sporca, la mettono a turno per riguardo all’ospite straniera, raccontano i viaggi epici dal Pakistan e dal Nepal, a piedi, “Quanto tempo ci hai messo tu per arrivare qui? Due giorni da Milano? Io un anno e mezzo dal Punjab, e sono fortunato. A piedi, certo”, dice Han Jamal, meccanico di 45 anni. Vorrebbe andare “in Italia, o in Germania, so fare il mio lavoro, lì avete molte auto da riparare”. Quante volte ha provato a passare il confine? Sette. 

Il viaggio verso l’Europa, attraverso Croazia, Slovenia e Italia, qui si chiama the Game, ma non c’è niente da divertirsi. Said Hullah, 20 anni, conciatore: “Ho pagato 1.400 euro, ma solo perché alcuni pezzi li faccio a piedi”. È un viaggio garantito, paghi la cifra e ci provi “again and again”, finché non arrivi “in Trst”, Trieste, una parola che qui suona magica come “Udin”, Udine. In quei 1.400 euro non è compreso il prezzo del kit di sopravvivenza – 100 euro – cioè “un sacco a pelo, le scarpe, un giaccone. Un po’ di cibo”, che però finisce quasi subito e si va avanti per chilometri a pancia vuota, bevendo l’acqua che c’è.

La strada che sale a Lipa è ripida, e va su fino a 700 metri, costeggiata di spazzatura, bottiglie di Coca Cola, vestiti abbandonati, “perché quando ti danno i vestiti nuovi per il viaggio butti quelli vecchi, così sei presentabile all’Europa”. E bucce di banana, buste di plastica, lattine di minestra, un ombrello rotto, una scia di relitti che conduce al campo, e un uomo seduto per terra sotto la pioggia, con una coperta rosa sulla testa. Dove vai? “A Dortmund, lì ho dei parenti”, ma forse ci ha rinunciato. Un chilometro più su, un uomo lotta con un cane randagio, grosso come un San Bernardo, un povero cane inselvatichito, la Bosnia ne è piena. L’uomo – un povero uomo che arriva dal Bangladesh – cerca di spaccargli la testa con una pietra. Il cane se ne va. Dove vuoi andare, tu? “London”, l’unica parola che dice. È una lunga strada, per arrivare a Londra, e per intanto si arriva nel medioevo, dove si combatte con gli animali, si dorme nel fango, si fanno i bisogni in cessi che traboccano.

Per andarsene da qua, Said il tentativo l’ha fatto dieci volte, ma “sono garantito, prima o poi riesco a passare”. Chi sono i passeur? Un’organizzazione transnazionale e perfetta, se riesce a sfuggire alla polizia bosniaca e a quella croata. Ha un bacino di clienti enorme, per cui le famiglie pagano e aggiungono soldi, se serve, pur di riuscire a spedire un figlio, maschio e giovane, nella splendida Europa. Ma il cammino è così lungo, e la polizia croata respinge gli assalti dei miserabili, che mostrano cicatrici e raccontano: “Ogni volta ci portano via tutto, soldi, vestiti. Ci rimandano nudi in Bosnia”.

Harun, dipendente dell’ong italiana Ipsia, legata alle Acli, è di Bihac: “Li vediamo tornare con le braccia rotte, picchiati a sangue”. Il campo? “Era terribile prima, adesso anche di più”. Si brucia quello che si può, del poco scampato all’incendio, i migranti accendono piccoli fuochi con le plastiche che bruciano bene, e si vive nel fumo tossico di questi campeggiatori del fango. A mezzogiorno arriva il furgone della Croce rossa di Bihac, con dei pasti caldi. Alle due del pomeriggio un tir sale su per due chilometri di strada sterrata con un carico di legna, viene preso d’assalto perché legna vuol dire scaldarsi, tirare avanti un po’. Poi, si riprova il Game.

Domenica scorsa il ministro della Sicurezza, Selmo Cikotic, è salito quassù, e ha definito la situazione “crudele e disumana”. Con lui c’era il ministro della Difesa, Sifet Podzic, alla fine del sopralluogo hanno deciso due cose: mandare l’esercito, che è arrivato e se ne è andato, ha montato delle nuove tende, ma ieri non c’era traccia di militari. La seconda cosa: promettere alla popolazione di Bihac che i migranti non sarebbero stati trasferiti in città. La gente ha protestato, ha fatto cordone davanti all’ex fabbrica Bira, si è opposta. E la promessa è per ora mantenuta, i residenti possono stare tranquilli, vedono passare i gruppetti di migranti che affrontano la montagna, e forse anche li compiangono, ma non li vogliono più. La guerra – era solo il ’92 – ha devastato il Paese, e tra le nuove case colorate del nuovo piccolo benessere bosniaco, ci sono i resti di quelle bombardate, logico quindi volere una nazione moderna e allegra, senza questa massa di straccioni disperati, 20mila, tra Sarajevo e qui, in campi più o meno organizzati, alcuni gestiti da Iom, International Organization for Migration, altri sono squat o bivacchi in queste foreste impregnate di pioggia. Jungle, le chiamano. Non c’è ironia.

Fonte: Repubblica

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