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NEW YORK – È un uomo di 21 anni, Robert Aaron Long, il killer che nella notte americana ha fatto strage di lavoratrici asiatiche in tre centri benessere nei quartieri di Acworth e Woodstock, sobborghi di Atlanta. Uccidendo otto persone, sei delle quali donne, appunto, di origine asiatica. Il movente, per ora, non è chiaro ma gli inquirenti prendono molto sul serio la pista razziale. Anche se Long nega, parlando semmai di una “dipendenza da sesso” dopo aver ammesso di essere già stato in uno di quei luoghi.

Di sicuro, gli omicidi di queste ore hanno scosso duramente la comunità asiatica americana: oggetto, negli ultimi mesi di ripetuti crimini di odio, tragicamente aumentati dall’inizio della pandemia, infiammati pure dalla retorica dell’ex presidente Donald Trump che ha più volte parlato di “virus cinese”. La situazione è così grave che nelle Chinatown di tutta l’America si sta aumentando la presenza della polizia. E nei quartieri a maggioranza asiatica di grandi città come New York e San Francisco i cittadini si stanno già auto-organizzando: con ronde di quartiere e addirittura passeggiate serali di gruppo, per permettere a tutti – e soprattutto alle donne, le più colpite – di uscire di casa senza paura.

Nel 2020 sono stati infatti almeno 3795 gli episodi denunciati dagli asiatici statunitensi: fra aggressioni fisiche, insulti e atti discriminatori. Lo segnala Stop AAPI Hate (dove la sigla sta per Asian American Pacific Islander): una coalizione nata un anno fa proprio per monitorare le molestie subite dalla comunità in coincidenza con l’arrivo del Covid in America, fondata da Russell Jeung, professore di Asian American Studies alla San Francisco State University.

Nel 2021 le cose sembrano andare anche peggio. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’associazione solo ieri, fra il 1° gennaio e il 28 febbraio, gli episodi di violenza e discriminazione denunciati sono già 503. Ma Stop AAPI Hate fa notare che quelli emersi sono solo una parte degli attacchi quotidiani subiti ormai quasi quotidianamente. Certo, la maggior parte degli incidenti – circa il 68 per cento – si “limita” a molestie verbali. Ma il numero delle aggressioni fisiche non va ignorato: rappresenta infatti l’11 per cento degli incidenti. Ancora, più di un terzo di questi incidenti (il 35,4) avviene in posti di lavoro, il 25,3 in strada e il 9,8 nei parchi pubblici. Un altro 11 per cento delle minacce arrivano, spesso anonimamente, online. Nel mirino ci sono soprattutto i cinesi: il 42,2 per cento delle vittime. Seguiti dal 14,8 per cento di persone di origini coreane (come almeno quattro vittime della strage di Atlanta). Ma spesso chi attacca guarda solo al taglio degli occhi: vietnamiti e filippini rappresentano infatti rispettivamente l’8,5 e il 7,9 per cento degli aggrediti. 

La situazione è così grave che una settimana fa ne ha parlato pure il presidente Joe Biden nel corso del suo primo discorso alla nazione, a un anno dall’arrivo del virus negli Usa. In un passaggio ha condannato proprio gli episodi di violenza contro gli asio-americani: «Troppo spesso sotto attacco, nonostante molti di loro siano in prima linea negli ospedali per combattere la pandemia, cercando di salvare vite umane. Queste persone oggi temono per le loro vite, hanno paura anche solo di camminare per le strade America. È sbagliato. È antiamericano. Deve finire». Solo poche ore prima di quel discorso la deputata democratica Grace Meng di New York avevano chiesto di aggiungere alla legislazione sui crimini d’odio quelli legati alla pandemia. 

Fonte: Repubblica

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