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BRESCIA – La famiglia Afzal è una casa che si costruisce un giorno dopo l’altro, con cura, delicatezza, rispetto e amore. “Ma solo grazie a una dialettica, che abbiamo sempre messo al centro. Con molta pazienza, io e mia sorella, siamo riusciti a conquistarci i nostri spazi, un po’ alla volta”. A parlare è Noman Afzal, 21 anni, in Italia da quando ne aveva sei. Oggi va all’università ed è il primogenito. Dopo di lui tre sorelle: Hira 17 anni, Saba 16, Aneeqa 9. Una famiglia numerosa quella degli Afzal, come le tante famiglie pachistane che vivono in Italia e che si trovano di fronte a sfide e scelte importanti che la contaminazione interculturale e l’integrazione in un Paese nuovo e diverso evidentemente le porta a mettersi in gioco. 

Ad osservarli da vicino, ascoltandoli con attenzione, c’è tutta la forza di un processo sociologico e storico in atto dove alcuni valori si scontrano con altri, si modellano. Ma, a volte, purtroppo, si rischia di perderli di vista. Succede quando accadono fatti di cronaca come quello di Saman Abbas i cui familiari sono accusati di averla uccisa. E allora eccoci: a viaggiare al nostro fianco c’è anche un mondo in evoluzione e trasformazione come quello dentro un piccolo appartamento di una via poco distante dal centro di Brescia, dove le parole in urdu e italiano, con marcato accento bresciano, si mischiano, si accavallano entrano ed escono per spiegare, tradurre e farsi capire.

“Quanto è successo a Saman è un crimine, orrore puro”, spiega il papà di Noman, Muhammad, in Italia da 21 anni, oggi con la moglie Zakia grazie al ricongiungimento famigliare. “Purtroppo alcune persone provenienti da zone rurali del Pakistan, per cultura e ignoranza si comportano in questo modo, ma rischiano di travolgere tutti noi che abbiamo fatto tanti sacrifici per vivere qui, lavorare e far crescere i nostri figli. Abbiamo viaggiato, siamo qui per migliorarci e non per farci retrocedere nell’ignoranza. Tutti i nostri sforzi sono inidirizzati a far studiare i figli”.

123511160 61fe4025 f367 43b3 a849 a6c0544f4abf - "Usciamo la sera e abbiamo amici italiani, così la nostra famiglia pachistana è cambiata"
Saman Abbas, la ragazza di origini pakistane scomparsa a Novellara: i parenti sono accusati di averla uccisa e sepolta dopo il suo no a un matrimonio combinato 

Gli Afzal in Pakistan non ci vanno spesso perché ormai la loro vita è qui, a Brescia e in Italia. Ma più in là, una volta in pensione, hanno forse in mente di tornare a vivere in Pakistan? Muhammad e Zakia sono categorici: “Assolutamente no. La nostra vita è vicino ai nostri figli e loro stanno crescendo e formandosi in Italia”. Spiega Noman: “Il rispetto per i genitori per la cultura pachistana è un pilastro fondante, e tutto ruota intorno alla famiglia e il suo equilibrio”. “L’obiettivo – aggiunge la sorella Hira – è lavorare al meglio affinché la famiglia, con tutte le sue dinamiche, possa comunque muoversi unita nelle scelte e nelle aspettative del futuro, ma nulla può trasformarsi nella violenza verso i figli. Questa unità della famiglia che abbiamo noi pachistani viene poco capita qui, ma è importante comprenderla. Noi veniamo educati fin da piccoli all’importanza della famiglia e ne siamo molto consapevoli”.

È davvero incredibile come questi due fratelli, i figli più grandi degli Afsal, riescano comunque a trovare un compromesso viaggiando su due fronti. Noman spiega: “È vero che come comunità siamo chiusi, ma perché di fondo c’è un sentimento di paura verso quello che è un sistema di valori occidentali più individualista rispetto al nostro, più comunitario. Con i miei genitori, per esempio, qualche anno fa ho dovuto discutere, e non poco, per poter uscire con amici italiani e fare qualche volta tardi. La loro diventa una paura fisica che sentiamo addosso anche noi. E allora cerchiamo di attenuarla, rassicurandoli”. E Hira rincara: “Mia madre è molto protettiva verso di me perché sono donna. Ha paura delle cattive compagnie, ma anche del contesto di criminalità e droga. È ossessionata dalle droghe”.

Noman parla proprio di questo, dell’aspetto comunitario: “È quello che misura la tua reputazione e che, di conseguenza, svolge un ruolo di controllo non indifferente”. Insomma, una piccola comunità, quella pachistana, dentro una più grande, che definisce traiettorie piccole e grandi. Quella dei matrimoni combinati è una di queste. “Ci si sposa dentro la comunità etnica e religiosa, il cosiddetto matrimonio combinato fa parte della nostra cultura – spiega molto serenamente Noman -. E non ha nulla a che vedere con quello forzato. Un’iniziativa come quella delle nozze non è mai individuale, bensì condivisa con la propria famiglia”. Il padre annuisce soddisfatto della spiegazione che il figlio ha dato. “La scelta del futuro marito può essere anche indicata da noi – sottolinea Hira – Poi lo si presenta ai genitori che dovranno dare il consenso”.

Noman puntualizza: “Quando arriverà quel momento, penso che ci consulteremo perché la mia futura moglie non vivrà solo con me, ma anche con i miei genitori. Nella nostra cultura, infatti, i genitori stanno sempre con il figlio maschio. Per questo è importante che in questa scelta ci sia accordo e unione”. Ma se qualcuno dovesse innamorarsi di un partner non pachistano, cosa succederebbe? Sembra che nessuno nella famiglia Afzal ci abbia mai pensato. Hira lancia prima uno sguardo ai genitori, poi dice con onestà: “È una questione che ancora non abbiamo toccato. So però che è molto difficile e avremo bisogno di grande accortezza”. Noman bolla l’argomento come bordeline per loro. Quando saranno toccati da questa evenienza sicuramente la affronteranno sempre come famiglia. Ma, per fare una scelta del genere, il primogenito degli Afzal ammette:  “Dovrei essere un uomo molto indipendente, sicuro e forte perché i miei genitori mi diano fiducia in una scelta così importante”. Mohammad e Zakia ascoltano e sospirano in silenzio. Sono più che consapevoli che sono ancora molte le sfide e i compromessi che li attendono. Soprattutto quando guardano le ultime due figlie minorenni, Saba e Aneeqa, nate in Italia e non in Pakistan.

Fonte: Repubblica

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