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DOPO 5 giorni di vaccinazioni siamo a 154.007 dosi inoculate: sono 31mila al giorno, meno di metà del minimo dei minimi (65mila al giorno) che secondo il Commissario straordinario Domenico Arcuri sarebbe necessario per non considerare «un fallimento» la campagna vaccinale contro il Covid. Avevamo messo nei frigo 469.950 dosi, ne abbiamo somministrata una su tre. Abbiamo avuto fino a oggi 75.680 morti, una voragine nel Pil e una strage di attività economiche; le scuole non riaprono, siamo barricati in casa, ma l’arma letale contro il virus la teniamo a riposo nei surgelatori: non c’è fretta.

Ieri doveva essere il giorno del riscatto, dopo una partenza lenta che aveva fatto infuriare il Commissario Arcuri per le regioni lumaca, prima tra tutte la Lombardia. Ma l’avvio in pompa magna della vaccinazione di chi era rimasto al palo non ha travolto il contatore: la Lombardia è arrivata a 7.396 dosi contro le 3.109 di domenica. Cioè quattromila dosi in un giorno, ancora troppo poche in una Regione che ne ha promesse diecimila al giorno in questa prima fase con la prospettiva di raddoppiarle con le vaccinazioni nelle Rsa. L’accelerata c’è stata, ma alle 23 di ieri sera eravamo a 40mila dosi inoculate, ben sotto il minimo sindacale quotidiano indicato dal Commissario.

I numeri ufficiali, progressivamente aggiornati sul portale governativo, sono regolarmente in ritardo. Anche sui numeri la macchina da guerra disposta dal governo contro il Coronavirus pare inceppata: ieri mattina la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, ha annunciato a Rai Radio Uno che erano già «170mila le dosi di vaccino fatte fino a questo momento. È evidente che le Regioni in questi giorni si stanno rodando». Bene, ottimo, ma il contatore ufficiale è salito lemme lemme a 151mila solo a notte fatta.

Pure i dati diffusi a macchia di leopardo dalle singole regioni non tornano rispetto al conteggio ufficiale di tarda sera. Non è facile neppure tirare un bilancio serio, con dati approssimativi. Quello che è certo è che il ritardo resta assurdo, di fronte a un paese in ginocchio. Non siamo neppure vicini ad avere distribuito metà delle dosi disponibili e oggi arriva una nuova fornitura di 470mila dosi.

È la seconda tranche delle 3,4 milioni di dosi di cui l’Italia ha diritto in questa prima fase di distribuzione destinata prioritariamente agli operatori sanitari e agli anziani ospiti delle Rsa. Secondo il Piano vaccinale approvato, nel primo trimestre dell’anno e cioè entro fine marzo abbiamo diritto a 8,7 milioni di dosi (da dividere in due, tra prima somministrazione e richiamo) del vaccino Pfizer, più 1,3 milioni di quello di Moderna la cui approvazione pare imminente: era attesa ieri, è slittata a domani. Poi ci sono le 16 milioni di dosi prenotate ad Astra Zeneca, che però è in ritardo. Secondo il piano avremmo dovuto avere a disposizione 9,4 milioni di dosi al mese: 313mila al giorno che prevediamo poi di raddoppiare nel secondo trimestre.

Il collo di bottiglia dovrebbe essere l’approvvigionamento, com’è logico in una sfida scientifica ed economica mondiale, e in effetti per ora abbiamo solo da gestire le dosi del vaccino Pfizer; eppure c’è un collo di bottiglia ancora più evidente a valle, che non riusciamo ancora a scalfire. Giovanni Toti, presidente della Liguria, denuncia — non è il solo — «pasticci sulle siringhe, ci hanno mandato quelle sbagliate e stiamo usando le nostre; e ancora non si sa quanto personale hanno arruolato, e il sistema informatico per il censimento dei vaccinati lo stanno studiando ora». Ma pure la Toscana, tra i virtuosi nella corsa a vaccinare, chiede «più dosi: la nostra è una macchina da guerra, siamo in grado di somministrare molti più vaccini di quelli che ci hanno mandato fino a ora». Il rodaggio deve finire subito, ci sono migliaia vite da salvare.

Fonte: Repubblica

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