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LONDRA – “È assolutamente falso che il Regno Unito abbia bloccato vaccini diretti all’estero”. Dopo le polemiche su AstraZeneca e la presunta “priorità” di dosi per l’esecutivo britannico secondo il ceo dell’azienda a Repubblica, torna la battaglia tra Regno Unito ed Unione Europea sull’export dei vaccini anti Covid, con il governo Johnson furioso, che oggi ha addirittura convocato un rappresentante della delegazione Ue a Londra per esprimere le sue rimostranze. 

Le accuse della Ue

Tutto è nato dalla newsletter spedita ieri dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in cui il Regno Unito veniva accusato di aver “imposto un divieto totale all’export di vaccini o dei suoi componenti prodotti sul suo territorio”. Presto l’accusa si è propagata nei palazzi di Whitehall e Downing Street, che insieme al ministro degli Esteri Dominic Raab hanno reagito immediatamente: “Il governo britannico non ha mai bloccato l’export di dosi di vaccino contro il Coronavirus, nemmeno di una”, ha notato un portavoce di “Number 10”, “qualsiasi ricostruzione in questo senso è da considerarsi assolutamente falsa”. 

“Niente protezionismi”

Sempre ieri sera, il ministro della Salute britannico, Matt Hancock, ha aggiunto che “noi ci opponiamo a ogni forma di protezionismo sui vaccini. Le catene produttive dei vaccini sono globali. È un errore bloccarle in una parte del mondo. Nella pandemia siamo tutti sulla stessa barca. Si vince solo insieme”. Michel allora ha corretto il tiro e ha twittato oggi che “ci sono diversi modi per imporre restrizioni o un blocco dell’export di vaccini. Sarebbe bene che il Regno Unito fosse più trasparente sulla questione”. Di qui la convocazione formale da parte del Foreign Office di un rappresentante della delegazione Ue a Londra. 

Il caso del blocco di export è esploso la settimana scorsa quando il presidente del Consiglio Mario Draghi, d’accordo con l’Ue, ha fermato la spedizione di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca dirette in Australia ma infialate in Italia.

Nella circostanza, a domanda di Repubblica, il portavoce di Boris Johnson rispose che “il virus può essere sconfitto solo con la collaborazione internazionale. Tutti siamo dipendenti dalle catene di produzione globali. Ma porre limiti a esportazioni di vaccini mette a repentaglio lo sforzo globale contro il virus.

Il primo ministro ha parlato alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen a inizio anno, la quale nell’occasione gli aveva confermato che l’obiettivo del meccanismo (attivato da Draghi e dall’Ue, ndr) ha l’obiettivo di una maggiore trasparenza e non di bloccare export di vaccini di aziende… ci aspettiamo che l’Ue rispetti questi impegni”.

Anche il governo di Boris Johnson avrebbe tuttavia goduto di una priorità sulle dosi del vaccino di Oxford prodotte in Uk anche a scapito dell’Ue “arrivata tardi”, come detto sempre dal ceo di Astrazeneca Pascal Soriot a Repubblica.

Tuttavia, negli ultimi tempi, il primo ministro britannico si è speso molto e pubblicamente per una strategia e coordinamento globali anti Covid insieme agli altri leader G7, Draghi incluso. Di qui il disappunto di Johnson, oramai palese da diversi giorni.

Il fallimento del costosissimo “track&tracing”

Intanto, come in altri Paesi occidentali, anche in Regno Unito è ufficialmente fallito il track & tracing, ossia l’individuazione e il tracciamento delle persone esposte a infetti di Coronavirus su cui si è puntato tanto la scorsa estate, oltremanica ma anche in Italia, per esempio. Un report della Commissione parlamentare dei conti pubblici a Westminster ha stabilito come il programma sia costato sinora la cifra mostruosa di ben 23 miliardi di sterline, oltre 25 miliardi di euro. Ma il suo impatto, nella battaglia alla pandemia, sarebbe stato minimo, se non nullo secondo lo studio. 

Fonte: Repubblica

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