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ROMA – Troppi giovani uomini pronti a minacciare, picchiare, perseguitare, uccidere le donne che ritengono oggetto di loro proprietà, su cui poter esercitare una qualsiasi forma di possesso e supremazia. Fabio Roia, presidente vicario del tribunale di Milano, e componente dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne, è preoccupato. “Dalla nostra analisi – dice – viene fuori un notevole aumento dei casi nella fascia d’età tra i 18 e i 35 anni, con vittime donne ovviamente di età simile o ancora più giovani. E questo è un dato molto rilevante”.

Uomini così giovani non dovrebbero essere condizionati da un simile retaggio culturale. Cosa ne deduce?
“Infatti. E dunque se, vista dal lato delle donne può essere incoraggiante perché ci fa pensare che ragazze più giovani siano pronte a dire no e a denunciare, dal punto di vista degli uomini vuol dire solo che all’interno della famiglia si continua a trasmettere una cultura patriarcale maschilista. Vuol dire che i figli della cultura del delitto d’onore continuano a lasciare dietro di sé un modello fondato sul predominio dell’uomo sulla donna. Non si riesce a sradicare questa mentalità. E se questi sono i nostri giovani adulti, significa che la nostra opera di prevenzione in famiglia e a scuola è fallimentare”

Cosa manca? E come si può davvero intervenire in modo efficace?
“La scuola, innanzitutto. Dobbiamo introdurre una vera materia. La chiamerei “rispetto della diversità di genere” per usare una formula che non spaventi le famiglie magari preoccupate dai possibili contenuti. Una materia che insegni a rispettare i coetanei di genere diverso, mettendoci dentro nozioni di psicologia, storia, il diritto pubblico delle altre nazioni, ma innanzitutto l’educazione. Ed è necessario che nelle scuole intervenga personale formato a dovere, un altro vulnus dell’intero sistema di prevenzione della violenza contro le donne”.

Alcuni degli ultimi femminicidi sono stati commessi da uomini lasciati in libertà nonostante le denunce delle vittime. Cosa non ha funzionato?
“C’è un grande problema di assenza di professionalità tra magistrati e forze dell’ordine. I giudici che hanno esaminato queste situazioni non hanno ben valutato gli indici di rischio a carico di questi uomini. È necessario che chi si occupa di questa materia sia formato su scienze complementari, dalla psicologia all’esperienza quotidiana degli operatori dei centri antiviolenza, devono essere in grado di comprendere il ruolo della donna nel ciclo della violenza. Le leggi che abbiamo sono buone, ma non vengono applicate con competenza. Occorre fare un investimento di risorse sulla formazione. La magistratura ha una scopertura di organico del 13 per cento che non ci consente di specializzare i gip, i giudici che danno le misure cautelari”.

Alcune ministre hanno suggerito di assegnare una scorta alle donne che denunciano. Lei è d’accordo?
“È una proposta che non condivido affatto, la considero di retroguardia. Dobbiamo essere in grado di proteggere le donne che denunciano senza limitare la loro libertà. Le donne stanno sei mesi chiuse nelle case rifugio in attesa che i giudici decidano eventuali misure cautelari nei confronti degli uomini che le minacciano. Ma non dobbiamo sradicarle dalle loro case e dal loro quotidiano, sono gli uomini che dobbiamo togliere dalla circolazione”.

E come raggiungere l’obiettivo? Con la riforma delle norme che per ora prevedono solo l’arresto in flagranza?
“Questa è una proposta condivisa da tutta la commissione del Senato sui femminicidi. E compresa nella relazione che verrà sottoposta domani all’attenzione delle ministre Bonetti, Cartabia e Lamorgese, in occasione della presentazione delle conclusioni dell’inchiesta”.

Fonte: Repubblica

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