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NEW YORK – “L’11 settembre costrinse noi americani a guardarci allo specchio e a porci domande cruciali. Perché ci odiavano? Che cosa rappresentavamo? Quali erano i nostri valori? Ed era giusto combattere per difenderli? Quell’attacco portò alla guerra in Afghanistan e nell’immaginario di molti prese il posto della tragedia. All’epoca la sostenni come “guerra giusta”. Credo ancora che la risposta militare fosse giustificata, ma oggi lo riconosco: non fu pianificata adeguatamente.

Mancò il necessario impegno politico ed economico per sostenere davvero quel paese, aiutandolo a cambiare”. Michael Walzer, 86 anni, professore emerito di Princeton, è l’influente filosofo della politica autore di saggi come L’intellettuale militante e Guerre giuste e ingiuste. A lungo condirettore della rivista politico-culturale Dissent con cui ancora collabora, è considerato una delle figure più influenti dei liberal Usa, colui che da oltre mezzo secolo sprona la sinistra americana a rimettersi in gioco.

Dopo l’attentato scrisse una lettera, poi firmata da 60 intellettuali, intitolata What We are Fight For, per che cosa combattiamo. Sostegno forte e ragionato alla “guerra giusta” contro il terrorismo in nome dei valori americani.

Alla luce del disastroso ritiro dall’Afghanistan: la scriverebbe ancora?
“La scriverei diversamente. George W Bush entrava in Afghanistan guardando già all’Iraq ma noi lo capimmo tardi. Sì, quella in Afghanistan fu una guerra giusta: eravamo stati attaccati e dovevamo rispondere. L’Iraq, invece, fu uno sbaglio. Sul terrorismo facemmo un errore collettivo: come la guerra al crimine è una battaglia senza fine. Ha alti e bassi, ma non è una guerra convenzionale e non termina con un vincitore sul campo. Non dovevamo impelagarci in un impegno militare così lungo, ma lavorare a un’offensiva politica, diplomatica, economica dal principio. Conquistare cuori e menti è impossibile se uccidi civili inermi o sostieni un governo corrotto. In una situazione così complessa, potevamo aiutare a trasformare l’Afghanistan in una federazione. Invece non ci siamo preoccupati di capire il paese. Lasciando ogni impegno sociale ad altri: non è stato il governo americano a costruire le scuole per le ragazze, bensì ong ed europei”.

Il suo 11 settembre: come fu?
“L’attacco alle torri mi colse su un treno. Tornavo a New York da Princeton, dove insegnavo. Notai il fumo di Manhattan dai finestrini. E a Newark ci fermammo. Vidi il secondo aereo entrare nelle torri dal bar della stazione. Mia moglie era in città. Mia figlia viveva a downtown e aveva partorito due gemelli la settimana prima. Volevo rientrare ad ogni costo, cercavo disperatamente qualcuno che mi accompagnasse. Finché un poliziotto mi disse: “Tutti i tunnel e i ponti d’America sono chiusi. Non entrerà a New York oggi”. Solo a quel punto rientrai a Princeton. E siccome i telefoni non funzionavano, contattai via mail tutti. Stavano bene. Ma ancora oggi quel ricordo mi strazia”.

Com’è cambiata l’America dopo quel giorno?
“La paura è entrata nella nostra psiche. Basti pensare che quando allora il primo aereo si schiantò sulla prima torre, tutti pensarono a un incidente. Oggi se c’è un incidente, tutti pensano a un attentato terroristico. Ma non condivido il pensiero di certi opinionisti, secondo cui le attuali divisioni del paese hanno radici in quella tragedia e nella politica estera successiva. La paura che regna oggi e alimenta il razzismo, è di natura diversa. Radicata nelle profonde ineguaglianze sociali di questo paese che hanno determinato un forte risentimento in chi si sente abbandonato dal potere politico. Semmai, con l’ingresso dei profughi afghani, rischiamo un rigurgito di diffidenza e discriminazione anti islamica. Ma per motivi diversi”.

Vent’anni dopo, quanto è importante ricordare?
“La memoria è un dovere. E allo stesso tempo un problema complesso, perché estremamente difficile da mantenere. Stiamo già dimenticando l’Olocausto subito dagli ebrei: l’orrore non è facile da trasmettere. Per quanto puoi insegnare, scivola via. Certo, in un certo senso è anche la Storia che fa il suo corso. Ma ricordare, evitando di dare alla memora di eventi del genere un qualsiasi colore politico, resta essenziale”.
 

Fonte: Repubblica

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